Vivere
come testimone del Signore ed immergersi nell’annuncio del suo
Vangelo. E’ il senso del cammino religioso ed umano di Francesco
d’Assisi (1181-1226). E’ l’esempio personalmente offerto, e a
chiare lettere, ai suoi frati, alle sue sore, e ai suoi
amici devoti. Francesco lo dice in tutti i luoghi da lui narrati e
che di lui narrano. Fino all’incontro con sorella morte.
Assisi
– Giotto: Francesco dona il suo mantello
Penitenza
e conversione
Da
giovane mondano il Signore gli “dette d’incominciare
penitenza” portandolo prima all’incontro con il dolore del
lebbroso e poi alla riflessione che lo portò ad “uscire dal
mondo”. Lo racconta egli stesso nel Testamento:
“Il
Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare
penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara
vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con
essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava
amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi,
stetti un poco e uscii dal mondo” (FF 110).
Il
Signore lo riempì poi del sentimento comunitario e dell’amore
sacro per la sua dimora e per la sua presenza sacramentale in tutte
le chiese; a tal punto che Francesco era solito così pregare:
“Ti
adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono
nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai
redento il mondo” (FF 111).
Assisi
– Giotto: Francesco dinanzi al Crocifisso
E
dialogando con il Crocifisso diceva:
“Altissimo
glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio. Et dame fede
dricta, speranza certa e carità perfecta, senno e cognoscemento,
Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen” (FF
276).
La
Regola dei Frati
Quando
si accorse che avrebbe dovuto indicare la strada anche ai frati
che incominciarono a seguirlo e a stargli vicino, Francesco chiese al
Signore di illuminarlo; e così egli racconta:
“E
dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa
dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere
secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche
parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò” (FF
116).
Assisi
– Giotto: Francesco dinanzi al Papa
Correva
l’anno 1209. A questo proposito dicono le Fonti della Regola non
bollata:
“Questa
è la prima Regola che il beato Francesco compose, e il signor papa
Innocenzo gli confermò senza bolla. Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo! Questa è la vita del Vangelo di Gesù Cristo,
che frate Francesco chiese che dal signor papa Innocenzo gli fosse
concessa e confermata. Ed egli la concesse e la confermò per lui e
per i suoi frati presenti e futuri. Frate Francesco e chiunque sarà
a capo di questa Religione, prometta obbedienza e reverenza al signor
papa Innocenzo e ai suoi successori. E tutti gli altri frati siano
tenuti ad obbedire a frate Francesco e ai suoi successori” (FF
1-4).
L’imitazione
di Cristo
La
vita del Vangelo e l’imitazione di Cristo rappresentano così il
senso del cammino spirituale francescano
che s’inoltra sulle orme del Signore Gesù. Sono il contenuto
dell’esortazione di Francesco ai suoi frati:
“Guardiamo
con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le
sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore
l’hanno seguito nella tribolazione e persecuzione, nell’ignominia
e nella fame, nella infermità e nella tentazione e in altre simili
cose; e ne hanno ricevuto in cambio dal Signore la vita eterna
eterna. Perciò è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi
abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore
con il semplice raccontarle! […] Beato il servo che accumula nel
tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama dl
manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché
lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà.
Beato il servo che conserva nel suo cuore i segreti del Signore”
(FF 155 e FF 176).
E
la manifestazione dell’Altissimo, dice Francesco nella
Lettera ai fedeli, è
lo stesso Verbo del Padre:
“Poiché
sono servo di tutti, sono tenuto a servire a tutti e ad amministrare
le fragranti parole del mio Signore. E perciò, considerando che non
posso visitare personalmente i singoli, a causa della malattia e
debolezza del mio corpo, mi sono proposto di riferire a voi, mediante
la presente lettera e messaggio, le parole del Signore nostro Gesù
Cristo, che è il Verbo del Padre, e le parole dello Spirito Santo,
che sono spirito e vita. L’altissimo Padre celeste, per mezzo del
santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così
degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa
Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della
nostra umanità e fragilità. Lui, che era ricco sopra ogni altra
cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima
Vergine, sua madre, la povertà. E, prossimo alla passione, celebrò
la pasqua con i suoi discepoli, e prendendo il pane, rese grazie, lo
benedisse e lo spezzò dicendo: «Prendete e mangiate, questo è il
mio corpo». E prendendo il calice disse: «Questo è il mio sangue
della nuova alleanza, che per voi e per molti sarà sparso in
remissione dei peccati». Poi pregò il Padre dicendo: «Padre, se è
possibile, passi da me questo calice». E il suo sudore divenne
simile a gocce di sangue che scorre per terra. Depose tuttavia la sua
volontà nella volontà del Padre dicendo: «Padre, sia fatta la tua
volontà; non come voglio io, ma come vuoi tu». E la volontà di suo
Padre fu questa, che il suo figlio benedetto e glorioso, che egli ci
ha donato ed è nato per noi, offrisse se stesso, mediante il proprio
sangue, come sacrificio e vittima sull’altare della croce, non per
sé, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, ma in
espiazione dei nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne
seguiamo le orme. E vuole che tutti siamo salvi per mezzo di lui e
che lo riceviamo con cuore puro e col nostro corpo casto” (FF
180-184).

Assisi
– Giotto: Il trono di Francesco
La
spiritualità eucaristica
Il
Corpo del Signore è offerto quindi in espiazione dei peccati e la
sua memoria sacramentale serve ad esempio per seguirne le orme. E’
quello eucaristico l’ulteriore versante della spiritualità
francescana conformata alla imitazione di Cristo. Ed è anche il
significato dell’implorazione di Francesco, rivolta ai suoi frati
nella Lettera a tutto l’Ordine, affinché abbiano riverenza
del Corpo del Signore:
“Pertanto,
scongiuro tutti voi, fratelli, baciandovi i piedi e con tutto l’amore
di cui sono capace, che prestiate, per quanto potete, tutta la
riverenza e tutto l’onore al santissimo corpo e sangue del Signore
nostro Gesù Cristo, nel quale tutte le cose che sono in cielo e in
terra sono state pacificate e riconciliate a Dio onnipotente” (FF
217).
Nella
stessa lettera l’esortazione del santo ai frati si estende anche al
necessario zelo che essi devono avere per le cose di Dio e per il
decoro liturgico della sua sacra dimora:
“E
poiché chi è da Dio ascolta le parole di Dio, perciò noi, che in
modo tutto speciale siamo deputati ai divini uffici, dobbiamo non
solo ascoltare e praticare quello che Dio dice, ma anche, per
radicare in noi l’altezza del nostro Creatore e la nostra
sottomissione a lui, custodire i vasi sacri e i libri liturgici, che
contengono le sue sante parole. Perciò, ammonisco tutti i miei frati
e li incoraggio in Cristo perché, ovunque troveranno le divine
parole scritte, come possono, le venerino e, per quanto spetti a
loro, se non sono ben custodite o giacciono sconvenientemente
disperse in qualche luogo, le raccolgano e le ripongano in posto
decoroso, onorando nelle sue parole il Signore che le ha pronunciate.
Molte cose infatti sono santificate mediante le parole di Dio e in
virtù delle parole di Cristo si compie il sacramento dell’altare”
(FF 224-225).
Il
Signore stesso rivelò a Francesco il saluto che i frati dovevano
dire: “Il Signore ti dia la pace!” (FF 121). Questo
saluto evoca quello dello stesso Signore risorto apparso ai discepoli
riuniti nel Cenacolo: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me,
anche io mando voi” (Gv 20, 21). Camminare sul mandato
evangelico del Signore ai suoi discepoli è lo stile del cammino
francescano sulle orme di Gesù.
Assisi
– Giotto: Il Natale di Greccio
La
conformazione a Cristo
Negli
ultimi anni della sua vita, dalla notte di Natale del 1223, vissuta
nell’esperienza del presepe vivente di Greccio, attraverso
l’esperienza delle Stimmate ricevute nella solitudine della Verna
(1224), fino al Beato transito alla Porziuncola (3 ottobre 1226),
Francesco d’Assisi visse veramente in maniera intensa la sua
personale conformazione a Cristo.
I
racconti biografici delle Fonti Francescane mettono in
risalto vari aspetti, a volte anche oleografici di quelle esperienze,
ma soprattutto riconoscono la profondità dell’esperienza di fede
del Santo e il dono della Grazia del Signore.
Il
primo biografo (Tommaso da Celano nella Vita Prima) mette
particolarmente in risalto di Francesco la sua relazione con il
Vangelo di Cristo:
“La
sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà
più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e
di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno,
con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi
del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del
Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto
l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva
impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli
riusciva di pensare ad altro. A questo proposito è degno di perenne
memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre
anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale
del Signore [...] Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali
perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo” (FF
466-470).
Assisi
– Giotto: Francesco riceve le stimmate
Le
stimmate
Anche
l’esperienza di Francesco all’eremo della Verna ebbe un
fondamentale riferimento al Vangelo. Ciò si evince dalla narrazione
della stessa fonte del Celano:
“Un
giorno si accostò all'altare che era stato eretto in
quell'eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli.
Poi, prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo,
implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di ogni
consolazione (2Cor 1,3) che si degnasse manifestargli il suo
santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che
un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e
supplicava di rivelargli alla prima apertura del libro quanto gli
conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri
di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo analogo.
Terminata la preghiera, si alzò e con spirito di umiltà e
contrizione di cuore (Dn 3,9), fatto il segno della santa croce,
prese il libro dall'altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora
avvenne che alla apertura del libro, la prima cosa sulla quale si
posarono i suoi occhi fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo,
ma solo nel tratto in cui viene predetta. Per timore che si trattasse
di un caso fortuito, chiuse e riaperse il libro una seconda e una
terza volta, e risultò sempre un passo uguale o somigliante. Il
servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che
sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli
tribolazioni, angustie e lotte” (FF 482-483).
Lo
stato d’animo di Francesco in quella situazione si può comprendere
dalla stessa sua preghiera
(Absorbeat)
così formulata e che si
legge dalle Fonti Francescane
nei suoi Scritti:
“Rapisca,
ti prego, o Signore, I’ardente e dolce forza del tuo amore la mente
mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per
amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore
dell’amor mio” (FF 277).
La
narrazione del Celano sull’esperienza della Verna così continua:
Allorché
dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato «Verna »,
due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione. Gli apparve
un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con
le mani distese ed i piedi uniti, confitto ad una croce. Due ali si
prolungavano sopra il capo, due si dispiegavano per volare e due
coprivano tutto il corpo. A quell'apparizione il beato servo
dell'Altissimo si sentì ripieno di una ammirazione infinita, ma non
riusciva a capirne il significato. Era invaso anche da viva gioia e
sovrabbondante allegrezza per lo sguardo bellissimo e dolce col quale
il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma era
contemporaneamente atterrito nel vederlo confitto in croce
nell'acerbo dolore della passione. Si alzò, per così dire, triste e
lieto, poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo spirito.
Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo
il suo spirito era tutto agitato.
Mentre
era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco:
nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni
dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso.
Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui
teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi,
mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano
rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e
formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi
ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni
dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era
trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso
sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande”
(FF 484-485).
Assisi
– Giotto: Morte di Francesco
Il
beato transito
Francesco
volle concludere la sua vicenda terrena nello stesso luogo ove era
nata la sua vocazione e ove
si era formata la sua
comunità di frati; e si fece portare alla Porziuncola:
“Dimorava
allora il Santo nel palazzo del vescovo di Assisi, e pregò i frati
di trasportarlo in fretta a Santa Maria della Porziuncola, volendo
rendere l'anima a Dio là dove, come abbiamo detto, per la prima
volta aveva conosciuto chiaramente la via della verità […] Poi si
fece portare il libro dei Vangeli, pregando che gli fosse letto il
brano del Vangelo secondo Giovanni, che inizia con le parole: Sei
giorni prima della Pasqua, sapendo Gesù ch'era giunta l'ora di
passare da questo mondo al Padre (Gv 12,1; 13,1). Questo stesso passo
si era proposto di leggergli il ministro, ancora prima di averne
l'ordine, e lo stesso si presentò alla prima apertura del libro,
sebbene quel volume contenesse tutta intera la Bibbia.
E
dato che presto sarebbe diventato terra e cenere, volle che gli si
mettesse indosso il cilicio e venisse cosparso di cenere. E mentre
molti frati, di cui era padre e guida, stavano ivi raccolti con
riverenza e attendevano il beato «transito» e la benedetta fine,
quell'anima santissima si sciolse dalla carne, per salire nell'eterna
luce, e il corpo s'addormentò nel Signore” (FF 507-512).
Jacopa
de’ Settesoli, la nobildonna romana che ospitava Francesco quando
si recava a Roma, e che a questi e ai suoi frati aveva donato il
luogo ove sorge la chiesa di San Francesco a Ripa, si ritrovò
miracolosamente presente alla dipartita del Santo alla Porziuncola.
Proprio nel momento in cui Francesco le fece scrivere la lettera con
la quale la pregava di venire ad Assisi con i ceri e il cilicio per
la sepoltura e con qualche dolce che ella a Roma preparava apposta
per lui:
“A
donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di
Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo.
Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha
rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se
vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa
Maria degli Angeli, poiché se non verrai prima di tale giorno, non
mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu
possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego
ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi
trovavo ammalato a Roma” (FF 253-255).
Assisi
– Simone Martini: Jacopa dei Settesoli
La
fonte del Celano (Trattato dei miracoli) così narra:
“Giacoma
dei Settesoli, la cui fama nella città di Roma era pari alla sua
santità, aveva meritato il privilegio di un particolare affetto da
parte del Santo. Non sta a me ripetere, a lode di lei, l'illustre
casato, la nobiltà della famiglia, le ampie ricchezze, ed infine la
meravigliosa perfezione delle sue virtù, la lunga castità vedovile.
Essendo dunque il Santo ammalato di quella malattia, che doveva
condurlo, dopo tante sofferenze, con morte beata, al felice
compimento della sua vita, pochi giorni prima di morire, chiese che
fosse avvertita a Roma donna Giacoma, perché se voleva vedere colui
che già aveva tanto amato come esule in terra e che ora era prossimo
al ritorno verso la patria, si affrettasse a venire. Si scrive una
lettera, si cerca un messo molto veloce e trovatolo si dispose al
viaggio. All'improvviso si udì alla porta un calpestìo di cavalli,
uno strepito di soldati e il rumore d'una comitiva. Uno dei
confratelli, quello che stava dando istruzioni al messo, si avvicinò
alla porta e si trovò alla presenza di colei, che invece cercava
lontano. Stupito, si avvicinò in fretta al Santo e pieno di gioia
disse: «Padre, ti annunzio una buona novella». Il Santo,
prevenendolo, gli rispose: «Benedetto Dio, che ha condotto a noi
donna Giacoma, fratello nostro! Aprite le porte, esclama, e fatela
entrare, perché per fratello Giacoma non c'è da osservare il
decreto relativo alle donne!»” (FF 860).
La
stessa fonte del Trattato dei miracoli narra anche che donna
Jacopa ebbe occasione di vedere con i suoi occhi le stimmate impresse
nella carne del Santo e che ella si adoperò perché si conoscesse da
tutti la santità e la somiglianza di Francesco con il Cristo
crocifisso.
Alla
morte di Francesco, che avvenne sul finire del sabato, volò sulla
Porziuncola uno stormo di allodole. Lo narrò Bonaventura nella sua
Leggenda Maggiore:
“Le
allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera,
al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la
notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a
lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza
gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva
invitate a lodare Dio” ( FF 1245).
Assisi
– Giotto: Ultimo saluto di Chiara a Francesco
Nella
stessa Leggenda Maggiore San Bonaventura narra anche del
corteo che in quel giorno accompagnò il Santo in Assisi passando per
il Convento di San Damiano e per ricevere l’ultimo saluto di Chiara
e delle sorelle, e delle vicende che portarono alla canonizzazione di
Francesco:
“Difatti,
appena si diffuse la notizia del transito del beato padre e la fama
del miracolo, una marea di popolo accorse sul luogo: volevano vedere
con i propri occhi il prodigio, per scacciare ogni dubbio della
ragione e accrescere l'emozione con la gioia. I cittadini assisani,
nel più gran numero possibile, furono ammessi a contemplare e a
baciare quelle stimmate sacre.
Uno
di loro, un cavaliere dotto e prudente, di nome Gerolamo, molto noto
fra il popolo, siccome aveva dubitato di questi sacri segni ed era
incredulo come Tommaso, con maggior impegno e audacia muoveva i
chiodi e le mani del Santo, alla presenza dei frati e degli altri
cittadini, tastava con le proprie mani i piedi e il fianco, per
recidere dal proprio cuore e dal cuore di tutti la piaga del dubbio,
palpando e toccando quei segni veraci delle piaghe di Cristo.
Perciò
anche costui, come altri, divenne in seguito fedele testimone di
questa verità, che aveva riconosciuto con tanta certezza e la
confermò giurando sul santo Vangelo. I frati e figli, che erano
accorsi al transito del Padre, insieme con tutta la popolazione,
dedicarono quella notte, in cui l'almo confessore di Cristo era
morto, alle divine lodi: quelle non sembravano esequie di defunti, ma
veglie d'angeli. Venuto il mattino, le folle, con rami d'albero e
gran numero di fiaccole, tra inni e cantici scortarono il sacro corpo
nella città di Assisi. Passarono anche dalla chiesa di San Damiano,
ove allora dimorava con le sue vergini quella nobile Chiara, che ora
è gloriosa nei cieli. Là sostarono un poco con il sacro corpo e lo
porsero a quelle sacre vergini, perché lo potessero vedere insignito
delle perle celesti e baciarlo. Giunsero finalmente, con grande
giubilo, nella città e seppellirono con ogni riverenza quel prezioso
tesoro, nella chiesa di San Giorgio, perché là, da fanciullino,
egli aveva appreso le lettere e là, in seguito, aveva predicato per
la prima volta. Là, dunque, giustamente trovò, alla fine, il primo
luogo del suo riposo. Il venerabile padre passò dal naufragio di
questo mondo nell'anno 1226 dell'incarnazione del Signore, il 4
ottobre, la sera di un sabato, e fu sepolto la domenica successiva.
L'uomo beato, appena fu assunto a godere la luce del volto di Dio,
incominciò a risplendere per grandi e numerosi miracoli. Così
quella santità eccelsa, che durante la sua vita si era manifestata
al mondo con esempi di virtù perfetta a correzione dei peccatori,
ora che egli regnava con Cristo, veniva confermata da Dio onnipotente
per mezzo dei miracoli, a pieno consolidamento della fede. I gloriosi
miracoli, avvenuti in diverse parti del mondo, e i generosi benefici
impetrati per la sua intercessione, infiammavano moltissimi fedeli
all'amore di Cristo e alla venerazione per il Santo. Poiché la
testimonianza delle parole e dei fatti proclamava ad alta voce le
grandi opere che Dio operava per mezzo del suo servo Francesco, ne
giunse la fama all'orecchio del sommo pontefice, papa Gregorio IX. A
buona ragione il pastore della Chiesa, riconoscendo con piena fede e
certezza la santità di Francesco, non solo dai miracoli uditi dopo
la sua morte, ma anche dalle prove viste con i suoi propri occhi e
toccate con le sue proprie mani durante la sua vita, non ebbe il
minimo dubbio che egli era stato glorificato nei cieli dal Signore.
Quindi, per agire in conformità con Cristo, di cui era Vicario, con
pio pensiero decise di proclamarlo, sulla terra, degno della gloria
dei santi e di ogni venerazione” (FF 1249-1257).

Greccio
- Icona di Francesco
Assisi
– Codice
del Cantico di Frate Sole
Il
Cantico di Frate Sole
L’anno
precedente malato agli occhi e quasi cieco, trascorrendo qualche
tempo nel convento di San Damiano ospite di santa Chiara e delle
Sorelle, Francesco aveva aggiunto le ultime strofe al suo
Cantico di Frate Sole:
“Altissimu,
onnipotente, bon Signore,
Tue
so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad
Te solo, Altissimo, se konfane,
et
nullu homo ène dignu Te mentovare.
Laudato
sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente
messor lo frate Sole,
lo
quale è iorno et allumini noi per lui.
Et
ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de
Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato
si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in
celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato
si’, mi’ Signore, per frate Vento
et
per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per
lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato
si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la
quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato
si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per
lo quale ennallumini la nocte:
ed
ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato
si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la
quale ne sustenta et governa,
et
produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato
si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et
sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati
quelli ke ’I sosterrano in pace,
ka
da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato
si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da
la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai
a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati
quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka
la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate
e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e
serviateli cum grande humilitate” (FF 263).
P.
S.