mercoledì 29 luglio 2026

IL CROCIFISSO DEL DUOMO DI CASERTA VECCHIA


IL CROCIFISSO DEL DUOMO

DI CASERTA VECCHIA


Signore Gesù, crocifisso e risorto,

immagine della gloria del Padre,

Volto Santo che ci guardi e ci scruti,

per chiamarci alla conversione

e invitarci alla pienezza dell'amore

(S. Giovanni Paolo II)


Da qualche tempo, prima di celebrare le nozze nel Duomo di Caserta Vecchia, frequentavamo insieme il borgo antico di Casa Hirta disteso sulla dolce collina. Ci recavamo in ‘500 e da lassù, a 410 metri sul livello del mare, potevamo “allungare e spaziare lo sguardo a contemplare città e villaggi della sterminata pianura sottostante: Caserta Nuova con la Reggia e il Parco, Napoli con i Camaldoli, la Certosa e il Vesuvio, le isole di Capri, di Procida e di Ischia … e anche il gruppo delle isole Pontine, specchiate nella distesa lucida del Tirreno.”

(fr. Teofilo Napoletano ofm)

Nel raccoglimento della silenziosa Cattedrale dedicata a San Michele Arcangelo, incolonnata verso la prospettiva dell’antico Crocifisso ligneo pendente dall’alto dell’arco centrale dell’abside, Antonietta ed io maturammo la decisione di sposarci in quel luogo.

Ci sposammo in questa Cattedrale nella Vespertina del 29 Luglio del 1976, dedicata alla Festa dei santi amici di Gesù, Marta Maria e Lazzaro; con la benedizione del parroco frate Teofilo Napoletano ofm e di due sacerdoti amici, don Antonio Anatriello e don Salvatore Fratellanza; alla presenza dei nostri genitori e familiari e di numerosi amici. Una giornata memorabile e di riferimento nel tempo e nei significati della nostra vita.

Il nostro ritorno è frequente alla Cattedrale sulla collina, ove “tradizione di padri e atmosfera del semplice e dell’irreale ti mettono le ali, ti innalzano e ti incantano a contemplare, nonostante la solitudine, le bellezze recondite di uno stupendo monumento di fede e di arte.”

(fr. Teofilo Napoletano ofm)).

Ricco di significati soprattutto il ritorno per gli anniversari del nostro matrimonio (es: 25° e 30° celebrati con il parroco don Pietro De Felice, e oggi 50° celebrato con il parroco don Franco Catrame).


Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli,
chi non giura con inganno.
Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.

(Sal 23(24), 3-5)


La preghiera è una sorgente di energia ed è un cammino verso l’incontro con il Signore. Lessi questo concetto da giovane in un libro delle Paoline, e l’ho sempre vissuto come una forma del personale dinamismo spirituale. Le quasi 2 ore di percorrenza in bicicletta, con l’ascesa finale verso il borgo antico sulla collina, da casa mia di Fratta al Duomo di Caserta Vecchia, erano il tempo della preghiera e del cammino per stare ogni tanto in silenzio dinanzi al Crocifisso dell’abside, icona amata della celebrazione del nostro matrimonio.


Della storia del Crocifisso ligneo di Caserta Vecchia ha dato notizia fra Teofilo Napolitano, parroco dal 1949, nella sua Guida alla Duomo del 1974 e del 1981. Il frate francescano lo data alla fine del ‘500 e racconta di averlo rinvenuto nel Luglio del 1949 “abbandonato per terra” e “impasticciato da uno spesso strato di stucchi” durante la riapertura della Cattedrale dopo 9 anni di chiusura dallo scoppio della 2.a Guerra Mondiale.


Grazie all’impegno del frate, che sembra rivivere l’esperienza vissuta da San Francesco con il Crocifisso di San Damiano, il Crocifisso del Duomo diviene l’icona centrale per la rinascita e lo splendore della Cattedrale antica. Il 10 ottobre 1965 essa “ripulita, risanata, è rinforzata, ringiovanita, finalmente riconsacrata dalle Autorità dell’Ordine dei Frati Minori … tornò a splendere della sua bellezza di fede e di arte”.



venerdì 21 novembre 2025

I Vescovi italiani ad Assisi (17-20 Novembre 2025)


Il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha pronunciato il discorso introduttivo della 81ª Assemblea Generale nella sede della Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli.

Il Santo Padre, Papa Leone XIV, intervenendo alla chiusura dell’Assemblea ha rivolto il discorso conclusivo ai Vescovi riuniti nella Basilica della Porziuncola.

La tematica trattata dal Cardinale Zuppi ha riguardato la riflessione sul Cammino Sinodale svolto dalle Chiese in Italia e la necessità di prefigurare le prospettive pastorali per i prossimi anni.

In dialogo con i riferimenti del Magistero Pontificio, il Cardinale ha evidenziato “il dono di una strada” offerto dall’Esortazione Apostolica Dilexi te di Papa Leone XIV; nella quale “rifluisce il messaggio di papa Francesco” e si “completa la storia che cominciò con le parole indimenticabili di Giovanni XXIII: La Chiesa si presenta quale è e quale vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri” (Dilexi te, 84).

Ha poi fatto riferimento a “San Francesco e la via della pace”, ispirandosi alla predicazione del Santo a Bologna nel 1222 narrata nelle Fonti Francescane (FF) da Tommaso Da Spalato (FF 2252).

E’ passato quindi a tracciare gli orientamenti emersi nel Cammino sinodale della Chiese in Italia (sinodalità e collegialità), e la “chiamata” ad essere costruttori di comunità “laddove siamo”; concludendo il discorso con lo sviluppo delle tematiche riguardanti “la cultura della prevenzione e della tutela”,”Europa e Mediterraneo: per una speranza visibile”, e “L’Europa” cristiana contemporanea.


Nel suo discorso il Papa Leone XIV ha fatto subito riferimento alle ispirazioni evangeliche e francescane suscitate dal luogo di Assisi; ed ha sviluppato le tematiche legate “alle fondamenta della nostra fede, al kerygma”, e al “riconoscere in Cristo il Salvatore” con la testimonianza in tutti gli ambiti della vita, nello spirito della sinodalità ecclesiale, della fraternità, dell’amicizia, della solidarietà e della pace. In una prospettiva missionaria, di promozione di un umanesimo integrale e di una conversione comunitaria, che caratterizza “una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze”.

Il discorso introduttivo del Cardinale Zuppi ed il discorso del Santo Padre sono leggibili nella loro intierezza sul portale in rete della Conferenza Episcopale Italiana. In questo post ne leggiamo alcuni brani che evidenziano particolarmente l’ispirazione francescana.

Nel discorso dell’Arcivescovo di Bologna si colgono le suggestioni ispirate dalla predica che San Francesco tenne sulla piazza di quella città nel 1222, testimoniata nelle Fonti Francescane e nella lapide celebrativa esistente nell’atrio del palazzo comunale; e si sottolinea l’uso del motto e della preghiera d’intercessione francescani.

La Fonte citata dal Cardinale è anche importante per la descrizione dei tratti fisici di San Francesco che trovano una rappresentazione pittorica coeva nell’affresco del santo al Sacro Speco di Subiaco.

Nel discorso di Leone XIV si sottolineano i riferimenti evangelici e spirituali dell’esempio di San Francesco e dei suoi primi Frati.


Dal discorso del Cardinale Zuppi

Come Chiese in Italia, sentiamo oggi più fortemente l’appassionante chiamata ad andare nella grande messe di questo mondo, per rispondere a tanti che desiderano conoscere il nome del Dio ignoto, per condividere il Pane che sazia, per annunciare il Vangelo della vita eterna a chi, a tentoni, cerca speranza, per curare le sofferenze di una folla stanca e sfinita perché senza pastore. Non giudicare e, quindi, inevitabilmente condannare, ma guardare con gli occhi di Gesù, quelli della compassione, per essere lievito di fraternità.

[...]

La priorità è certamente trasmettere la fede, renderla viva, attraente, farla scoprire nascosta nelle attese e nei desideri del cuore, aiutando a ritrovarne le parole e la prassi. Ecco il nostro orizzonte e la nostra passione. Guardando tanti “senza tetto spirituali” sentiamo la loro condizione, spesso piena di sofferenza, una domanda per costruire case di preghiera, di fraternità con Dio e con il prossimo, dove sperimentare la maternità della Chiesa e vivere l’ascolto della parola che diventa vita. Non abbiamo alcuna ambizione politica o di guadagnare posizioni di potere! Non dobbiamo compiacere alcuno né alcuna forza politica, né abbiamo alcun consenso da guadagnare. Possiamo solo chiedere tanto amore politico, specialmente a chi, si ispira alla bellissima e umanissima dottrina sociale della Chiesa. Ci anima, con tutti i nostri limiti personali, l’amore per il bene del popolo italiano, per il mondo tutto. La nostra unica ambizione – e Dio ci aiuti a realizzarla – è servire il Vangelo di Gesù tra questa gente. Questa è la nostra libertà: la dedizione al servizio della Chiesa e del popolo.

[...]

«La Chiesa è luce solo quando si spoglia di tutto» (Dilexi te, 67). Anche nelle attuali difficoltà della Chiesa troveremo la risposta quando noi ameremo la Parola, spezzeremo il Verbum Domini e il Corpus Domini, ma anche quando ameremo con lo stesso amore il Corpus Pauperum, anch’esso corpo di Gesù. «Il Vangelo è annunciato correttamente solo quando spinge a toccare la carne degli ultimi» (Dilexi te, 48).

San Francesco e la via per la pace

Carissimi Confratelli, non per caso ci ritroviamo in questi giorni ad Assisi, nella città di san Francesco, alla vigilia dell’VIII centenario della sua morte. La sua lezione di fede e di vita appare sorprendentemente attuale. In un tempo come il nostro, sottoposto a continue e progressive spaccature, san Francesco risalta, con piena legittimità, come l’uomo della pace e della concordia evangelica. Al centro di tutto c’è sempre Cristo. Egli viveva in un tempo dilaniato da lotte e discordie cittadine, quando i centri abitati erano teatro di violenze quasi sempre originatesi all’interno delle mura. In quel contesto difficile, Francesco e i suoi frati hanno annunciato, senza titubanze e senza sosta, la pace che viene da Dio, scongiurando gli animi di non cedere alla violenza distruttrice, spingendo tutti a consigli di pace. E non a caso il primo impegno è quello di ricostruire la Chiesa.
Racconta Giovanni da Spalato della sua meditazione a Bologna.

«In quello stesso anno [1222], nella festa dell’Assunzione della Genitrice di Dio, trovandomi allo Studio di Bologna, ho visto san Francesco che predicava sulla piazza antistante il palazzo comunale, ove era confluita, si può dire, quasi tutta la città. Questo era l’esordio del suo sermone: «Gli angeli, gli uomini, i demoni». Parlò così bene e chiaramente di queste tre specie di spiriti razionali, che molte persone dotte, ivi presenti, rimasero non poco ammirate per quel discorso di un uomo illetterato. Eppure egli non aveva lo stile di un predicatore, perché sembrava dialogasse. In realtà, tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace. Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza. Eppure Dio conferì alle sue parole tale efficacia che molte famiglie signorili, tra le quali il furore irriducibile di inveterate inimicizie era divampato fino allo spargimento di tanto sangue, erano piegate a consigli di pace».

San Francesco, con il suo Vangelo sine glossa – quali sono le nostre aggiunte di cui liberarci? – ci ha insegnato che la pace parte da noi, dalle nostre scelte. Come ripeteva Benedetto XVI essa s’irradia per attrazione. Quando la fede è sorretta da stili di vita coerenti, sobri ed essenziali, quando si accompagna a un’esistenza serena e gioiosa, diventa contagiosa, come contagiosa si è rivelata, ai suoi tempi e nei secoli a venire, la scelta del Vangelo operata da Francesco. Come il bonum è diffusivum sui così possiamo dirlo anche per la pax

[...]

Carissimi Confratelli, vi ringrazio di avermi ascoltato e di quanto vorrete osservare e proporre. Affidiamo queste giornate di lavoro comune all’intercessione della Vergine Maria, di San Francesco e di Santa Chiara.



Dal Discorso di Papa Leone XIV

Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Ringrazio vivamente il Cardinale Presidente per le parole di saluto che mi ha rivolto e per l’invito a essere con voi oggi per concludere l’81ª Assemblea Generale. E sono contento di questa mia prima sosta, seppur brevissima, ad Assisi, luogo altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno.
Qui San Francesco ricevette dal Signore la rivelazione di dover «vivere secondo la forma del santo Vangelo» (2Test 14: FF 116). Il Cristo, infatti, «che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (2Lf 5: FF 182).
Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto. Come vi dicevo in giugno: in questo tempo abbiamo più che mai bisogno «di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana.
Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace.

[...]

In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà.
Non si dimentichi in tale contesto la sfida che ci viene posta dall’universo digitale. La pastorale non può limitarsi a “usare” i media, ma deve educare ad abitare il digitale in modo umano, senza che la verità si perda dietro la moltiplicazione delle connessioni, perché la rete possa essere davvero uno spazio di libertà, di responsabilità e di fraternità.
Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuate a spendervi nella cura dei poveri: le comunità cristiane radicate in modo capillare nel territorio, i tanti operatori pastorali e volontari, le Caritas diocesane e parrocchiali fanno già un grande lavoro in questo senso e ve ne sono grato.

[...]

Carissimi fratelli, in questo luogo San Francesco e i primi frati vissero appieno quello che, con linguaggio odierno, chiamiamo “stile sinodale”. Insieme, infatti, condivisero le diverse tappe del loro cammino; insieme si recarono dal Papa Innocenzo III; insieme, di anno in anno, perfezionarono e arricchirono il testo iniziale che era stato presentato al Pontefice, composto, dice Tommaso da Celano, «soprattutto di espressioni del Vangelo» (1Cel 32: FF 372), fino a trasformarlo in quella che oggi conosciamo come prima Regola. Questa scelta convinta di fraternità, che è il cuore del carisma francescano insieme alla minorità, fu ispirata da una fede intrepida e perseverante.
Possa l’esempio di San Francesco dare anche a noi la forza per compiere scelte ispirate da una fede autentica e per essere, come Chiesa, segno e testimonianza del Regno di Dio nel mondo. Grazie!


Documentazione iconografica




Fonti e bibliografia:

https://www.vaticannews.va/

https://www.chiesacattolica.it/

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/

https://www.storiaememoriadibologna.it/

https://monasterosanbenedettosubiaco.it/


Fonti Francescane, EfR, Padova 2004












sabato 8 aprile 2023

Una pagina pasquale

Ultima Cena. Affresco XI sec. S. Angelo in Formis

Gesù andava, in quella primavera del 30, verso Gerusalemme, all'ineludibile incontro tra la storia divina e la storia umana. Quell'ire, tutti insieme gli Evangelisti lo descrissero nella sensazione di un evento importante ed irripetibile, e nei particolari del quotidiano.


Crocifissione di Gesù – Affresco XI sec. Sant’Angelo in Formis



Gesù era cosciente del suo compito e della portata universale del suo agire; e le sue parole divennero pesanti come macigni e come le pietre perfette di un tempio nuovo ed inaudito.
Più che mai, in quelle ultime occasioni, Egli fu legato all'immagine del Padre. E la storia dell'uomo lo sopravanzò nei suoi atti che sembravano prima travolgere il mondo.

Egli era il Figlio del Dio che nella storia aveva voluto manifestare la sua potenza ed il suo amore; Figlio del Dio che alla storia umana riconosceva le sue prerogative e che in essa si inseriva per realizzare il suo progetto di vita, trascendendola.
Gesù si abbandonò alla storia e al Padre; al suo silenzio.

La gloria delle Palme, l'offesa dell'arresto, il ludibrio della condanna, il dolore della Passione, la sua morte umana e terribile sulla Croce; tutto si doveva compiere; per Gesù; per se‚ e per gli uomini; nel momento religioso più alto dell'umanità.
Matteo capì che quella volta a Gerusalemme Gesù avrebbe celebrato l'ultima cena con i suoi discepoli; e forse intuì il senso con cui la storia spirituale di Gesù avrebbe trasceso la storia umana, civile ed anche personale. Gli altri forse non riuscivano ancora ad intuirlo.

Iniziata con un pranzo la sua amicizia con Gesù, all'improvviso questa addiveniva all'ultimo convivio; ed egli lo visse drammaticamente, quasi senza parole.
Descrisse di Gesù solo il gesto eucaristico.
Ma non volle rinunciare a raccontare che, prima di recarsi tutti verso il monte degli ulivi, tutti cantarono i salmi della festa e della speranza.

Matteo fu l'unico a raccogliere anche le motivazioni economiche e l'errore politico di Giuda, che consegnò Gesù alle autorità. A quelle autorità che a Gesù contestarono i crimini dell'usurpazione di titolo, della seduzione del popolo e della bestemmia.
Matteo aveva capito qualcosa di più rispetto agli altri Evangelisti, circa gli esiti di un certo spirito del popolo che sacrificava la purezza della fede al senso pratico.

Gesù aveva parlato del ritorno e della sua risurrezione; e Matteo capì che doveva cogliere aspetti particolari della vicenda in corso.
Come Pietro coraggiosamente e Giovanni, senza timori, sostarono nel cortile del tempio e tra la folla, in attesa delle improbabili possibilità di intervento e poi della soluzione finale; così anche egli rimase coraggiosamente sul luogo, ed assunse un atteggiamento indagatore; e introducendosi tra i meandri del palazzo, riuscì a ghermire notizie e discussioni delle autorità che si tennero fin dopo la morte di Gesù.

Matteo fu l'unico a riportare le preoccupazioni dei sacerdoti del tempio circa la possibilità di una eventuale beffa dei seguaci di Gesù che avrebbero potuto trafugarne il corpo e far credere, così, alla sua risurrezione.
Egli riportò anche la petizione dei sacerdoti a Pilato, per far proteggere il sepolcro:

"Il giorno dopo era sabato. I capi dei sacerdoti e dei farisei andarono insieme da Pilato e gli dissero:
- Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, quando era vivo ha detto: "Tre giorni dopo che mi avranno ucciso, io risusciterò". Perciò ordina che le guardie sorveglino la tomba fino al terzo giorno, così i suoi discepoli non potranno venire a rubare il corpo e poi dire alla gente:
"E' risuscitato dai morti!"
Altrimenti quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima.
Pilato rispose: - Va bene: prendete le guardie e fate sorvegliare la tomba come vi pare. Essi andarono, assicurarono la chiusura della tomba sigillando la grossa pietra e poi lasciarono le guardie a custodirla." (Mt 27, 62-66)

Ma nonostante tutto Egli risuscitò e rimase ancora un poco con i suoi discepoli.
Matteo, coraggiosamente presente agli eventi ultimi di Gesù, senza preoccuparsi dell'incidenza del fatto sulla fede nella risurrezione, raccontò anche le ultime reazioni delle autorità del tempo:

"Mentre le donne erano in cammino, alcune guardie che sorvegliavano la tomba di Gesù tornarono in città e raccontarono ai capi dei sacerdoti quel che era successo. Allora i capi dei sacerdoti si riunirono insieme con le autorità del popolo e decisero di offrire molti soldi alle guardie dicendo: "Voi dovete dire che sono venuti di notte i suoi discepoli, mentre dormivate, e che l'hanno rubato. Se poi il governatore verrà a saperlo, noi lo convinceremo e faremo in modo che voi non siate puniti". Le guardie presero i soldi e seguirono quelle istruzioni. Perciò questa diceria è diffusa ancor oggi tra gli Ebrei." (Mt 28, 11-15)

Gesù era riapparso in Galilea, ed il luogo di partenza della sua predicazione lo fece divenire quello dei suoi discepoli; i quali, di lì a poco, si portarono in Gerusalemme e diedero inizio formale alla loro predicazione apostolica.


Gesù appare ai Discepoli – Affresco XI sec. Sant’Angelo in Formis



giovedì 30 marzo 2023

Quaresima di San Francesco



Assisi. San Francesco di Cimabue

Con la Regola non bollata (1221) e con la conferma della Regola Bollata (1223), ai suoi frati San Francesco ordinava di vivere con impegno lo spirito della penitenza e del digiuno soprattutto nel tempo che precedeva il Natale e nel tempo che precedeva la Pasqua. Nelle Fonti Francescane si legge: 

Tutti i frati digiunino dalla festa di Tutti i Santi fino alla Natività del Signore. La santa Quaresima, invece, che incomincia dall'Epifania e dura ininterrottamente per quaranta giorni, quella che il Signore consacrò con il suo santo digiuno, coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e coloro che non vogliono non vi siano obbligati. Ma l'altra, fino alla Resurrezione del Signore, la digiunino. Negli altri tempi non siano tenuti a digiunare, se non il venerdì. Ma in caso di manifesta necessità i frati non siano tenuti al digiuno corporale (FF 84).

Personalmente San Francesco viveva quotidianamente nello spirito della penitenza, e le quaresime per lui erano più numerose e distribuite nel corso dell’anno. 

Egli viveva in primavera, dalle Ceneri al Giovedì Santo, la Quaresima in preparazione alla Pasqua; in estate viveva due quaresime, una dedicata all’Assunta (da lui salutata “vergine fatta Chiesa” – FF 259) che iniziava nel giorno della festa dei Santi Pietro e Paolo, ed un’altra sulla Verna dedicata all’Arcangelo Michele che iniziava nel giorno dell’Assunta. In inverno poi viveva la quaresima di san Martino in preparazione al Natale. 

In particolare si apprende dalla Leggenda Perugina come Francesco volle istituire per se la quaresima della Verna:

Una volta che Francesco salì all'eremo della Verna, quel luogo così isolato gli piacque talmente, che decise di passare lassù una quaresima in onore di san Michele. Vi era salito prima della festa dell'Assunzione della gloriosa vergine Maria, e contando i giorni da questa festività fino a quella di san Michele, trovò che erano quaranta. Allora disse: «A onore di Dio e della beata Vergine Maria, sua madre e di san Michele, principe degli angeli e delle anime, voglio fare una quaresima quassù» (FF 1649).

E fu proprio in una quaresima dedicata all’Arcangelo, quella dell’estate del 1224, due anni prima della sua morte, che San Francesco ricevette le Sacre Stimmate, a sigillo della sua spirituale imitazione e conformazione a Cristo.

L’umile imitazione di Cristo fu anche la motivazione di una Quaresima vissuta dal Santo nel 1211 sull’isola maggiore del Lago Trasimeno. San Francesco vi giunse dopo alcuni mesi di itineranza e di predicazione a Cortona. 

Quella quaresima è narrata nel capitolo VII dei Fioretti di San Francesco e fu vissuta dal Santo in un digiuno quasi totale, nutrendosi solo con un mezzo pane per scacciare “da sé il veleno della vanagloria”. Leggiamo direttamente dal testo dei Fioretti. 

I FIORETTI DI SAN FRANCESCO D’ASSISI 

CAPITOLO VII
Come santo Francesco fece una Quaresima in un' isola 

del lago di Perugia, dove digiunò quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo pane. 

Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo, siccome ci dimostra nel venerabile collegio de' dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual' egli sl fece in questo modo.

Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d'un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch'egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago. Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un'isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dl della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l' amore della grande divozione ch' aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti. Ed essendo giunto nell' isola, e l'amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. 

E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d'uno covacciolo ovvero d'una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali. E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d'uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo, e l' altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale. E così con quel mezzo pane cacciò da sè il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dl e quaranta notti. 

Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta cosi maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi, e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de' frati, che si chiama il luogo dell'Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima. 

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


Isola Maggiore Lago Trasimeno. Eremo Francescano