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giovedì 30 marzo 2023

Quaresima di San Francesco



Assisi. San Francesco di Cimabue

Con la Regola non bollata (1221) e con la conferma della Regola Bollata (1223), ai suoi frati San Francesco ordinava di vivere con impegno lo spirito della penitenza e del digiuno soprattutto nel tempo che precedeva il Natale e nel tempo che precedeva la Pasqua. Nelle Fonti Francescane si legge: 

Tutti i frati digiunino dalla festa di Tutti i Santi fino alla Natività del Signore. La santa Quaresima, invece, che incomincia dall'Epifania e dura ininterrottamente per quaranta giorni, quella che il Signore consacrò con il suo santo digiuno, coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e coloro che non vogliono non vi siano obbligati. Ma l'altra, fino alla Resurrezione del Signore, la digiunino. Negli altri tempi non siano tenuti a digiunare, se non il venerdì. Ma in caso di manifesta necessità i frati non siano tenuti al digiuno corporale (FF 84).

Personalmente San Francesco viveva quotidianamente nello spirito della penitenza, e le quaresime per lui erano più numerose e distribuite nel corso dell’anno. 

Egli viveva in primavera, dalle Ceneri al Giovedì Santo, la Quaresima in preparazione alla Pasqua; in estate viveva due quaresime, una dedicata all’Assunta (da lui salutata “vergine fatta Chiesa” – FF 259) che iniziava nel giorno della festa dei Santi Pietro e Paolo, ed un’altra sulla Verna dedicata all’Arcangelo Michele che iniziava nel giorno dell’Assunta. In inverno poi viveva la quaresima di san Martino in preparazione al Natale. 

In particolare si apprende dalla Leggenda Perugina come Francesco volle istituire per se la quaresima della Verna:

Una volta che Francesco salì all'eremo della Verna, quel luogo così isolato gli piacque talmente, che decise di passare lassù una quaresima in onore di san Michele. Vi era salito prima della festa dell'Assunzione della gloriosa vergine Maria, e contando i giorni da questa festività fino a quella di san Michele, trovò che erano quaranta. Allora disse: «A onore di Dio e della beata Vergine Maria, sua madre e di san Michele, principe degli angeli e delle anime, voglio fare una quaresima quassù» (FF 1649).

E fu proprio in una quaresima dedicata all’Arcangelo, quella dell’estate del 1224, due anni prima della sua morte, che San Francesco ricevette le Sacre Stimmate, a sigillo della sua spirituale imitazione e conformazione a Cristo.

L’umile imitazione di Cristo fu anche la motivazione di una Quaresima vissuta dal Santo nel 1211 sull’isola maggiore del Lago Trasimeno. San Francesco vi giunse dopo alcuni mesi di itineranza e di predicazione a Cortona. 

Quella quaresima è narrata nel capitolo VII dei Fioretti di San Francesco e fu vissuta dal Santo in un digiuno quasi totale, nutrendosi solo con un mezzo pane per scacciare “da sé il veleno della vanagloria”. Leggiamo direttamente dal testo dei Fioretti. 

I FIORETTI DI SAN FRANCESCO D’ASSISI 

CAPITOLO VII
Come santo Francesco fece una Quaresima in un' isola 

del lago di Perugia, dove digiunò quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo pane. 

Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo, siccome ci dimostra nel venerabile collegio de' dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual' egli sl fece in questo modo.

Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d'un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch'egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago. Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un'isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dl della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l' amore della grande divozione ch' aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti. Ed essendo giunto nell' isola, e l'amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. 

E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d'uno covacciolo ovvero d'una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali. E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d'uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo, e l' altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale. E così con quel mezzo pane cacciò da sè il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dl e quaranta notti. 

Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta cosi maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi, e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de' frati, che si chiama il luogo dell'Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima. 

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


Isola Maggiore Lago Trasimeno. Eremo Francescano

lunedì 24 dicembre 2018

Presepio Francescano e memoria comunitaria

Chiesa e Convento francescano di Santa Caterina - Grumo N. 
1. I tratti antichi della storia del presepio si rinvengono nei primi secoli del cristianesimo, in molte testimonianze letterarie e archeologiche. Una testimonianza letteraria è quella di San Girolamo, il quale nel 404 scrisse alla discepola Eustochio che l'altra discepola Paola, visitando la Terra Santa ed entrando in Betlemme, aveva sostato allo Specum Salvatoris ove notò lo stabulum, una mangiatoia scavata nella roccia, ove Gesù era nato. Alcune testimonianze archeologiche rimandano al prototipo del presepio, ad una scena della Natività presentata e ricostruita con la presenza del bue e dell'asino, in aderenza simbolica alle parole del profeta Isaia: "Dice il Signore: Cielo e terra, fate attenzione a quel che sto per dirvi! Ho cresciuto dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Ogni bue riconosce il suo padrone e ogni asino chi gli dà da mangiare: Israele, mio popolo non comprende, non mi conosce come suo Signore." (Is 1, 2-3). 
Una delle sette Basiliche di Roma, Santa Maria Maggiore, fin dal VI secolo fu denominata Sancta Maria ad Praesepem, o ad Praesepe, che in effetti era un oratorio che riproduceva la grotta di Betlemme ed in esso veniva venerata anche una reliquia della culla del Bambino.
La tradizione popolare cattolica è solita fare riferimento alla notte di Natale del 1223, per indicare la data d'origine della diffusione della pratica del presepe. In effetti in quella notte San Francesco d'Assisi, nel monastero reatino di Greccio, volle rappresentare in modo vivo e sentito il mistero del Natale (FF - Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato di Miracoli); recuperando uno spirito di religiosità antica che già si esprimeva da parte delle plebi contadine del medioevo a contatto con la pietà e la cultura dei monasteri benedettini. Come per molte delle attività iniziate dal Padre Serafico, si ebbe quasi subito l'acquisizione popolare dell'iniziativa e la sua celebrazione nelle opere pittoriche o scultoree degli artisti più famosi (Giotto, Magister Conxolus, Botticelli, Gentile da Fabriano...); e in modo particolare, con episodi leggendari e rappresentazioni pittoresche barocche, nel presepe napoletano.
2. La motivazione principale della costruzione del presepio rimanda ad una riflessione di carattere teologico e devozionale: il presepio costruito per ricordare ed attualizzare l'esperienza interiore del Natale di Gesù Cristo era ed è un elemento amato e concreto della fede cristiana, una sua manifestazione schietta e semplice, capace di evidenziare con immediatezza il messaggio evangelico della Incarnazione del Figlio di Dio, nella naturalezza dell'antico mondo agro-pastorale, comprensibile anche ai più piccoli. Il presepe diviene espressione artistica visibile del Mistero della Nascita del Salvatore, e si pone come episodio coerente di quella Bibbia dei Poveri, e di quella storia sacra che veniva dai monaci e dagli artisti predisposta e dalle plebi incolte letta e contemplata nelle immagini, negli affreschi e nelle sculture delle Chiese e dei Monasteri. Una storia sacra significata soprattutto in quelle opere che come il presepe suscitavano una immediata comprensione popolare. A questa comprensione aveva fatto riferimento lo stesso San Francesco d'Assisi allestendo il presepe vivente di Greccio la notte di Natale del 1223, riconducendo nell'ambito della semplicità francescana la rappresentazione principale della benedettina Bibbia dei Poveri. 
3. D'altro canto non è mancato un certo riferimento francescano nella cultura religiosa locale, nell'immaginario collettivo della gente antica che ricorda l'importanza rivestita dalla comunità alcantarina del convento di Santa Caterina e di San Pasquale di Grumo Nevano, e ricorda quel luogo come una importante meta religiosa nella locale esperienza spirituale e natalizia. 
A quella comunità si era rivolto nel 1820, giovane postulante, il beato Modestino di Gesù e Maria per incamminarsi nei sentieri della vita e della santità francescana. Ebbene la leggenda popolare fornisce tanti episodi connessi al beato sulla scia dei Fioretti, e ricorda la collocazione della sua immagine sugli altarini familiari costruiti a mo' di presepi sui mobili alti delle camere antiche; si ritrova a raccontare le sue apparizioni per aiutare gli anziani ad illuminare le edicole votive agli angoli dei vicoli bui. 
Sicuramente appartenente all'humus storico-culturale del paese antico l'esperienza del beato Modestino non è isolata dal contesto locale: la sua devozione animatrice della sua grande vocazione religiosa fu orientata alla Madre del Buon Consiglio, allo stesso titolo della Madonna che all'inizio dell'800, a partire dalla religiosità alfonsiana e dalle iniziative dei vescovi di casa Lupoli, venne fortemente onorato nella Fratta del tempo, nella chiesa del Ritiro e nella iconografia presente nelle chiese di San Sossio e di Sant'Antonio, e nelle edicole votive dei palazzi e dei vicoli. E in tanta religiosità grande era la dimensione della devozione del Natale. 

Giotto: Il presepe di Greccio - Assisi
Dalle Fonti Francescane (FF):
Fra Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato dei Miracoli (capitolo XXX: Del presepio preparato la notte del Natale), Ediz. La Porziuncola, S. Maria degli Angeli - Assisi 1982, Traduzione di Fausta Casolini, pp. 90-93.

"La sua maggior cura (di S.Francesco), il suo più vivo desiderio, il suo supremo proposito era di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo, e perfettamente, con ogni vigilanza e premura, con tutto il desiderio della mente e tutto il fervore del cuore seguire gli insegnamenti e imitare gli esempi del Signor nostro Gesù Cristo. Continuamente ricordava e meditava le parole di Lui, e con acutissima considerazione ne teneva davanti agli occhi le opere. Specialmente l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. E' da ricordare a questo proposito e da celebrare con riverenza quanto fece, tre anni prima di morire, presso Greccio, il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo.
Viveva in quel territorio un tale di nome Giovanni di buona fama e di vita anche migliore, assai amato dal beato Francesco, perché, pur essendo di nobile del sangue, ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, circa quindici giorni prima del Natale, lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: "se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Vorrei raffigurare il Bambino nato in Bethlehem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre a un neonato; come fu adagiato in una greppia, e come tra il bove e l'asinello sul fieno si giaceva". Uditolo quell'uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo designato tutto ciò che il Santo aveva detto.
85. Giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza; sono convocati i frati da parecchi luoghi, e gli uomini e le donne della regione festanti portano, ognuno secondo che può, ceri e fiaccole per rischiarare la notte, che con il suo astro scintillante illuminò i giorni e gli anni tutti. Giunge infine il Santo di Dio, vede tutto preparato e ne gode; si dispone la greppia, si porta il fieno, son menati il bue e l'asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà, e Greccio si trasforma quasi in una nuova Bethlehem. La notte riluce come pieno giorno, notte deliziosa per gli uomini e per gli animali; le folle che accorrono si allietano di nuovo gaudio davanti al rinnovato mistero; la selva risuona di voci, e gli  inni di giubilo fanno eco le rupi. Cantano i frati le lodi del Signore, e tutta la notte trascorre in festa; il santo di Dio se ne sta davanti al presepio, pien di sospiri, compunto di pietà e pervaso di gioia ineffabile. Si celebra il solenne rito della Messa sul presepio, e il sacerdote gusta un'insolita consolazione. 
86. Il santo di Dio si veste da levita, perchè era diacono, e canta con voce sonora il santo Evangelo; quella voce robusta, dolce, limpida, canora invita tutti alla suprema ricompensa. Poi predica al popolo e dice dolcissime cose sulla natività del Re povero e sulla piccola città di Bethlehem. Spesso volte, pure, quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato d'immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlehem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlehem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato tutta la dolcezza di quella parola. Si moltiplicano là i doni dell'Onnipotente, e un uomo assai virtuoso vi ha una mirabil visione. Vedeva nel presepio giacere un bambinello senza vita; e accostarglisi il Santo e svegliarlo da quella specie di sonno profondo. Ma tal visione era in disaccordo con la realtà; giacché il Bambino Gesù nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva  risuscitato dal santo servo suo Francesco, il suo ricordo profondamente impresso nella loro memoria. Terminata finalmente la veglia solenne, ognuno se ne tornò a casa con gioia. 
87. Il fieno posto nella mangiatoia fu conservato, affinché‚ per esso il Signore guarisse i giumenti e gli altri animali moltiplicando la misericordia. E veramente è avvenuto che parecchi animali colpiti da varie malattie, nella regione circostante, dopo aver mangiato un po' di quel fieno, furono sanati. Anzi anche alcune donne in lungo e difficile parto, postosi indosso un poco del detto fieno, felicemente han partorito, e molti uomini e donne con tal mezzo sono scampati da vari mali. Ora quel luogo è stato consacrato al Signore, e vi è stato costruito un altare in onore di san Francesco e dedicatagli una chiesa, affinché‚ laddove gli animali un tempo mangiarono il fieno, ivi ora gli uomini possano, per la salute dell'anima e del corpo, mangiare le carni dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo Signore nostro, il quale con infinito indicibile amore diede se stesso per noi; ed ora col Padre e con lo Spirito santo vive e regna, Dio eternamente glorioso, nei secoli dei secoli.
Amen, Alleluia, Alleluia”.

sabato 11 febbraio 2017

Le cose meravigliose delle Lodi di San Francesco d'Assisi

Grandissima importanza, religiosa e letteraria, è sempre stata riconosciuta al Cantico delle Creature di San Francesco d'Assisi. E' il canto della fraternità universale, dono precipuo del francescanesimo, e lo si è considerato anche il primo testo poetico della letteratura italiana.
La “poetica spiritualtà” di Francesco e delle sue parole hanno un seme ed una luce ulteriore nella Parola di Dio che egli riverbera nelle sue Lodi al Signore. E il Cantico delle Creature diviene continuazione, espressione e segno, di un altro componimento svolto con il ritmo e la preghiera dei Salmi e del Vangelo: le Lodi di Dio Altissimo (FF 61) che si possono considerare come il Cantico del Creatore che Francesco scrive come preghiera che l'umile frate rivolge al Padre Santo.
San Francesco scrisse queste Lodi quando stava vivendo l'esperienza delle Stimmate sul monte La Verna (settembre 1224), e le donò autografe ad un frate sconsolato per la contemplazione spirituale delle "cose meravigliose" operate da Dio.
Che siano state direttamente scritte da Francesco lo testimonia frate Tommaso da Celano nella Vita Seconda di San Francesco D'Assisi (FF 635, 49). Così Tommaso narra l'avvenimento:

Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.
Un giorno Francesco lo chiama: «Portami - gli dice - carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore ».
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: «Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte ».
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.

Di seguito leggiamo il testo scritto da Francesco ispirato ai Salmi e al Vangelo.

LODI DI DIO ALTISSIMO
Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose (Sal 76,15).
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo (Sal 85,10),
Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra (Gv 17,11; Mt 11,25).
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi (Sal 135,2),
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero (1Ts 1,9).
Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza,
Tu sei umiltà, Tu sei pazienza,
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine (Sal 70,5),
Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
5 Tu sei gaudio e letizia, Tu sei nostra speranza, Tu sei giustizia,
Tu sei temperanza, Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore, Tu sei custode e nostro difensore (Sal 30,5),
Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio (Sal 42,2).
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza,Tu sei la nostra vita eterna

grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore. 

Bibliografia:
Scritti di San Francesco d'Assisi
Fonti Francescane

San Pasquale Baylon


Vita – San Pasquale Baylon da giovane ed umile pastorello desiderò ardentemente di divenire frate francescano nel convento di Santa Maria di Loreto presso il quale egli portava le sue pecore al pascolo. Nacque e morì in un giorno di Pentecoste: il 16 Maggio 1540 a Torre Hermosa ed il 17 Maggio 1592 a Villareal. La sua vocazione religiosa fu intensamente vissuta, impegnata nello studio autodidatta, arricchita di ascetiche attese, incoraggiata da visioni divine e dalla apparizione dei Santi Francesco e Chiara. La spiritualità eucaristica, unita alla devozione mariana, fu il tratto fondamentale della sua vita religiosa, interamente vissuta nell’obbedienza dell’umile frate servitore del convento e dei poveri, e nella costante contemplazione del mistero della presenza sacramentale del Signore. In un contesto storico caratterizzato dalla disputa con i protestanti che si affermavano in Europa, Pasquale viaggiò molto per il suo Ordine ed affinò i ragionamenti a difesa e a testimonianza della fede cattolica. Scrisse anche un compendioso trattato teologico ed apologetico che fu utilissimo per i molti suoi confratelli studiosi e teologi impegnati nelle controversie dell’epoca. La sua vita fu ricca di carità e di segni miracolosi, e la sua morte fu accompagnata da prodigi collegati alla sua devozione e alle celebrazioni eucaristiche nella Chiesa del suo convento. Era stato ammesso tra i francescani alcantarini nel 1564, come fratello laico, dopo 6 anni dalla sua richiesta e dopo aver dato prova di una vocazione santa ed irrinunciabile. Fu proclamato beato nel 1618 e fu canonizzato nel 1690. Il suo culto si diffuse subito a Roma, in Spagna, nel Regno di Napoli e negli altri luoghi della dominazione spagnola e della missione francescana nel mondo.
Il francescanesimo in Campania – L’ordine francescano fu portato in Campania verso il 1215 da frate Agostino d'Assisi, discepolo di san Francesco, e da allora fu avviata la “Provincia Terrae Laboris” che abbracciava gran parte del Regno di Napoli. Nel 1670 la Provincia francescana di Terra di Lavoro era divisa in Osservante e Riformata, e fra queste, favorita dal Viceré Don Pietro d'Aragona, si inserì anche la Custodia di San Pietro d'Alcantara, di provenienza spagnola e dotata di Costituzioni austere, impegnative e fortemente ascetiche. Gli Alcantarini presero possesso della Casa di Santa Lucia al Monte di Napoli e si estesero in tutto il Regno, fino a Lecce, diffondendo anche la loro devozione a San Pasquale.
In Campania essi, incorporando anche i riformati Barbanti, ebbero i conventi di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano, di San Giambattista di Atripalda, e di Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese.
Questi Frati avviarono una esperienza religiosa all'interno della quale si formarono Santi come Giovanni Giuseppe della Croce, Maria Francesca delle Cinque Piaghe, il Beato Egidio di San Giuseppe ed il beato Modestino di Gesù e Maria.
Nella prima metà dell’ 800 i Frati Alcantarini erano diffusi in più conventi del napoletano e del casertano, ed erano riusciti a scampare alle leggi punitive borboniche e alla soppressione napoleonica. Oggi tutti i Francescani di Terra di Lavoro, da Minturno a Teano, da Roccamonfina a Caserta, da Piedimonte Matese a Pietramelara, da Orta di Atella a Grumo Nevano, da Afragola a Somma Vesuviana, da Napoli a Torre, sono riuniti nella Provincia del SS. Cuore di Gesù, istituita nel 1942.
Patrono dei Congressi Eucaristici Noi pensiamo che la grazia più segnalata largitaci da Dio debba indicarsi nello sviluppo tra i fedeli della devozione verso il Sacramento della Eucaristia, per merito dei celebri Congressi tenuti nel nostro tempo a tale scopo. […] Per animare i cattolici a professare con franchezza la loro fede e a praticare le virtù proprie dei cristiani, non c’è mezzo più efficace che nutrire e aumentare la pietà del popolo verso questo ineffabile pegno di amore, che è vincolo di unità e di pace […] Spesso lodammo i Congressi e le Associazioni eucaristiche, ora, nella speranza di vederli produrre frutti più abbondanti, giudichiamo utile di assegnare loro un Patrono celeste, scelto tra i Santi che hanno bruciato di più ardente carità verso il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia.
Ora fra i Santi, la cui pietà verso questo sublime mistero si è manifestata con un fervore più vivo, Pasquale Baylon occupa il posto più degno. Dotato di un gusto mirabile per le cose celesti, dopo di aver santamente passata la gioventù a guardare il gregge, abbracciò una vita più austera nell’Ordine dei Frati Minori della stretta osservanza; e, con la contemplazione abituale dell’augusto Convito dell’altare, pervenne a una conoscenza più perfetta di questo Sacramento d’amore.
Anche sprovvisto di lettere, ebbe tale scienza celeste, che fu capace di dare responsi sui dogmi più difficili e perfino di scrivere libri di fede. Professò apertamente in faccia agli eretici la verità Eucaristica, per il che ebbe a patire molte e gravi persecuzioni; ed, emulo del martire Tarcisio, fu minacciato più volte di morte. Finalmente l’affettuoso ardore della sua pietà sembrò prolungarsi al di là della vita mortale, perché, durante i funerali, pur disteso nella bara, aprì, come si dice, gli occhi due volte, al momento delle due elevazioni.
Noi siamo persuasi che le Associazioni cattoliche, di cui abbiano parlato, non possano essere affidate a un patrocinio migliore. […] Sperando che la Nostra decisione favorisca l’interesse e il bene del popolo cristiano, Noi dichiariamo e constituiamo, di nostra suprema autorita’, e in virtu’ delle presenti lettere, San Pasquale Baylon, Patrono speciale dei Congressi Eucaristici e di tutte le Associazioni che hanno per oggetto la divina Eucaristia, tanto di quelle che sono già esistenti, quanto di quelle che saranno per sorgere.
Facciamo voti, con molta fiducia, che, per gli esempi e il Patrocinio di questo gran Santo, aumenti, tra i fedeli, il numero di coloro che consacrano tutti i giorni il loro amore, i loro disegni e il loro zelo a Gesù Cristo nostro Salvatore.
                                                Lettera Pontificia di Leone XIII del 28 novembre del 1897


San Francesco d'Assisi diacono

Assisi - Basilica inferiore
dipinto del XIV secolo
Le Fonti Francescane (FF), in particolare la Vita Prima di Tommaso da Celano, portano la testimonianza scritta che San Francesco era diacono. Vi sono anche fonti iconografiche in cui Francesco appare con il segno proprio e la veste liturgica del diacono: Il libro del Vangelo e la dalmatica.
La testimonianza scritta del Celano si riferisce alla notte di Natale del 1223 quando Francesco si trovava all'eremo di Greccio e volle realizzare con la gente del luogo una rappresentazione viva della Natività di Betlemme, il primo presepe vivente della tradizione popolare natalizia italiana.
Leggiamo di seguito la narrazione.

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. 
Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. 
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Presepe di Greccio
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. 
Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. 
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. 
E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. 
Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. (FF 469-470)

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Innocenzo III approva la Regola
Francesco era diacono”: il Celano rimanda ad un tempo più remoto di quella notte del 1223 il contesto dell'ordinazione diaconale del santo della quale non si legge in altra fonte.
Grazie ad altri luoghi delle fonti francescane si possono avere indicazioni per giustamente collocare l'ordinazione diaconale nel decennio precedente ed ancorarla all'approvazione verbale della Vita(Regola) che Francesco ebbe nel 1209 per la sua fraternità da Papa Innocenzo III insieme con l'Autorizzazione Apostolica alla predicazione del Vangelo. Il Papa impose a Francesco e ai suoi Frati di prendere la tonsura; così rendendoli chierici li pose al servizio religioso della Chiesa ed evitò la dispersione ereticale della loro originale esperienza di radicale povertà evangelica. Il cardinale Ugolino che appoggiò moltissimo le istanze francescane presso il Papa, anche del successore Onorio III eletto nel 1216, assunse poi il ruolo di protettore del nascente ordine francescano.
Nel profondo legame con il Vescovo di Assisi, che venerava come un padre, e con la Gerarchia di Roma, si ritrova il contesto originario dell'ordinazione di frate Francesco diacono, prima chierico e predicatore itinerante, il quale non volle accedere al presbiterato per umiltà e persistente spirito di servizio ai fratelli e al Signore.
La scelta di Francesco di rimanere permanentemente diacono assume oggi un particolare significato storico-teologico che attiene l'ordine e la funzione del diaconato in quanto tale nella Chiesa.
Dalla sua istituzione nella Chiesa apostolica del I secolo fino all'epoca altomedievale (VI-VII secolo) il diaconato ha avuto sempre una sua dimensione caratterizzante all'interno dell'ordine ecclesiale (diacono, presbitero, vescovo); poi per i secoli successivi, fino al Concilio Vaticano II nel XX secolo, esso è stato vissuto nella pratica soprattutto come una fase del cammino verso l'ordinazione sacerdotale. Il Concilio di Trento (XVI secolo) riconobbe e ripropose il carattere permanente del diaconato, ma esso fu ancora essenzialmente vissuto come transito per il sacerdozio.
Il diaconato permanente, che oggi è tornato ad essere vissuto in maniera significativa nell'ambito dell'ordine ecclesiale, ha poi ricevuto la sua definizione dal magistero del Vaticano II nella Lumen Gentium (LG), la costituzione dogmatica sulla Chiesa del 1964.
La scelta 'minore' di Francesco di rimanere diacono, profetica per l'esperienza ecclesiale e per la spiritualità del suo tempo, era in linea con le dimensioni ecclesiali del diaconato delle origini e ridonava ad esso l'antica forma spirituale della vocazione al servizio e della carità operante:
In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella diaconia della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e col suo presbiterio” (LG III, 29). 


San Francesco d'Assisi visto da Papa Francesco

L'Omelia di Papa Francesco del 4 ottobre 2013, detta durante la celebrazione della Santa Messa sulla Piazza del Portico dei Pellegrini della Basilica del Santo, contiene un grande ritratto di agiografia pastorale con preghiera di San Francesco d'Assisi.
Il “Pace e Bene” salutare del cammino francescano, che proviene dalla unione nell'animo del Santo dell' “amore per i poveri e dell'imitazione di Cristo povero”, si origina “dallo sguardo di Gesù sulla croce”. La Pace francescana “non è un sentimento sdolcinato” ed il Francesco ingenuamente associato a questo sentimento “non esiste”, come non esiste l'idea della pace legata ad una sorta di “armonia panteistica con le energie del cosmo”.
La pace di Francesco è quella di Cristo, e la trova colui che “prende su di sé” il “giogo” del comandamento della Carità - Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv13,34; 15,12) - e lo porta senza arroganza e presunzione, ma “con mitezza e umiltà di cuore”.
Propongo direttamente alla lettura l'omelia del Santo Padre raggiungibile sul portale del Vaticano.

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Francesco, Assisi
Venerdì, 4 ottobre 2013

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Pace e bene a tutti! Con questo saluto francescano vi ringrazio per essere venuti qui, in questa Piazza, carica di storia e di fede, a pregare insieme.
Oggi anch’io, come tanti pellegrini, sono venuto per rendere lode al Padre di tutto ciò che ha voluto rivelare a uno di questi “piccoli” di cui ci parla il Vangelo: Francesco, figlio di un ricco commerciante di Assisi. L’incontro con Gesù lo portò a spogliarsi di una vita agiata e spensierata, per sposare “Madonna Povertà” e vivere da vero figlio del Padre che è nei cieli. Questa scelta, da parte di san Francesco, rappresentava un modo radicale di imitare Cristo, di rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). In tutta la vita di Francesco l’amore per i poveri l’imitazione di Cristo povero sono due elementi uniti in modo inscindibile, le due facce di una stessa medaglia.
Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con le parole – questo è facile – ma con la vita?
1. La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, èassimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare, ricreare dal suo amore.
2. Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29).
Questa è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere “strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio, la pace che ci ha portato il Signore Gesù.
3. Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF,1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio - il Creatore - lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia, uomo di pace. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da san Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: ottienici da Dio il dono che in questo nostro mondo ci sia armonia, pace e rispetto per il Creato!
Non posso dimenticare, infine, che oggi l’Italia celebra san Francesco quale suo Patrono. E do gli auguri a tutti gli italiani, nella persona del Capo del governo, qui presente. Lo esprime anche il tradizionale gesto dell’offerta dell’olio per la lampada votiva, che quest’anno spetta proprio alla Regione Umbria. Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide.

Faccio mia la preghiera di san Francesco per Assisi, per l’Italia, per il mondo: «Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di ricordarti sempre della sovrabbondante pietà che in [questa città] hai mostrato, affinché sia sempre il luogo e la dimora di quelli che veramente ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto e gloriosissimo nei secoli dei secoli. Amen» (Specchio di perfezione, 124: FF, 1824).

domenica 26 luglio 2015

Il Perdono di Assisi

Le Fonti Francescane (FF 3391-3397) narrano che una notte del 1216 a san Francesco che stava in preghiera presso la Porziuncola apparvero in una grande luce sopra l'altare Gesù e la Madonna circondati da una moltitudine di Angeli.
Gli chiesero che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.
Il Signore gli disse: “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
Francesco si recò subito dal Papa Onorio III che lo ascoltò con attenzione e dette la sua approvazione. Il Papa gli chiese: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, ed il Santo rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. Il 2 agosto 1216, insieme con i Vescovi dell’Umbria, San Francesco annunciò ai fedeli giunti alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
Da quell'anno il 2 Agosto si celebra la “Festa del Perdono” a Santa Maria degli Angeli. Il Perdono si estende a tutte le Parrocchie e alla Chiese francescane, E' concessa l'indulgenza a chi si comunica, si confessa e prega per il Papa.


DAL MEZZOGIORNO DEL 1° AGOSTO ALLA MEZZANOTTE DEL GIORNO SEGUENTE SI PUO' OTTENERE UNA SOLA VOLTA L'INDULGENZA PLENARIA DELLA PORZIUNCOLA



Il Perdono della Porziuncola nel racconto di Benedetto XVI
(Da: J. Ratzinger, Il perdono di Assisi, ed. Porziuncola 2005)

Nel terzo anno dalla sua conversione Francesco si imbatté in questa piccola chiesa, ormai del tutto cadente, la chiesetta della Porziuncola dedicata a Santa Maria degli Angeli, in cui egli venerava la Madre di ogni bontà. Lo stato di abbandono in cui si trovava dovette parergli un triste segno della condizione della Chiesa stessa; egli ancora non sapeva che, restaurando quegli edifici, si stava preparando a rinnovare la Chiesa vivente. Ma proprio in questa cappella gli si fece incontro la chiamata definitiva, che diede alla sua missione la sua vera forma e permise la nascita dell’Ordine dei Frati Minori, all’inizio pensato come un movimento di evangelizzazione che doveva raccogliere di nuovo il popolo di Dio per il ritorno del Signore.
La Porziuncola era divenuta per Francesco il luogo dove finalmente aveva compreso il Vangelo. Si era infatti accorto che non si trattava di parole del passato, ma di un appello che si rivolgeva direttamente ed esplicitamente a lui come persona.
La Porziuncola è anzitutto un luogo, ma grazie a Francesco d’Assisi è divenuto una realtà dello spirito e della fede, che proprio qui si fa sensibile e diventa un luogo concreto in cui possiamo entrare, ma grazie al quale possiamo anche accedere alla storia della fede e alla sua forza sempre efficace. Che poi la Porziuncola non ci ricordi solo grandi storie di conversione del passato, non rappresenti solo una semplice idea, ma riesca ancora ad accostarci al legame vivente di penitenza e di grazia, ciò dipende dal cosiddetto “Perdono d’Assisi”, che più propriamente dovremmo chiamare “Perdono della Porziuncola”. Qual è il suo vero significato? Secondo una tradizione che sicuramente risale almeno alla fine del secolo XIII, Francesco nel luglio del 1216 avrebbe fatto visita nella vicina Perugia al papa Onorio III, subito dopo la sua elezione, e gli avrebbe sottoposto una richiesta inusuale: chiese al pontefice di concedere l’Indulgenza plenaria per tutta la loro vita precedente a tutti coloro che si fossero recati nella chiesetta della Porziuncola, confessandosi e facendo penitenza dei propri peccati
[...]
Francesco, che aveva scoperto i poveri e la povertà, nella sua richiesta era spinto dalla sollecitudine per quelle persone a cui mancavano i mezzi o le forze per un pellegrinaggio in Terra Santa; coloro che non potevano dare nulla, se non la loro fede, la loro preghiera, la loro disponibilità a vivere secondo il Vangelo la propria condizione di povertà. In questo senso l’Indulgenza della Porziuncola e la penitenza di coloro che sono tribolati, che la vita stessa carica già di una penitenza sufficiente. Senza dubbio a ciò si legava anche un’interiorizzazione del concetto stesso di penitenza, sebbene non mancasse certamente la necessaria espressione sensibile dal momento che implicava comunque il pellegrinaggio al semplice e umile luogo della Porziuncola, che allo stesso tempo doveva essere un incontro con la radicalità del Vangelo, come Francesco l’aveva appresa proprio in quel posto.
[...]
Dopo la concessione di questa particolare Indulgenza si arrivò ben presto a un passo ulteriore. Proprio le persone umili e di fede semplice finirono per chiedersi: perché solo per me stesso? Non posso forse comunicare anche ad altri quel che mi è stato dato in ambito spirituale, come avviene in ambito materiale? Il pensiero si rivolgeva soprattutto alle povere anime, a coloro che nella vita erano stati loro vicini, che li avevano preceduti nell’altro mondo e il cui destino non poteva essere loro indifferente.
[...]
Così la Porziuncola e l’Indulgenza che da lì ha avuto origine diventa un compito, un invito a mettere la salvezza degli altri al di sopra della mia e, proprio in questo modo, a trovare anche me stesso.