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venerdì 10 agosto 2018

Il glorioso San Rocco del Terzo Ordine del Padre San Francesco


Questo scritto è dedicato a San Rocco pellegrino per una lettura della sua vita e del suo culto nella prospettiva francescana. San Rocco, secondo le fonti ecclesiali, aderì giovanissimo al Terz’Ordine di San Francesco, ed il titolo che ho scelto lo si legge in un Leggendario Francescano del 1689. Si tratta quindi di una tradizione antichissima fondata su una Bolla papale (“Cum a nobis” del 1547 di papa Paolo III che fa riferimento a date ancora più antiche), che ha avuto riflessi anche sulle fonti agiografiche locali frattesi dell’800 (Vita di San Rocco scritta da Fra Giuseppe Arcangelo di Frattamaggiore nel 1837) e del '900 (Vita di San Rocco scritta da Nicola Capasso per Il Pellegrino a partire dal 1924). La chiesa dedicata al Santo in Frattamaggiore porta il segno francescano di San Rocco fin dalla sua fondazione, con la scelta dell’icona antica affrescata dal Vetri nella lunetta della facciata che ritrae il Santo con l’abito del frate sotto il mantello, e ancora recentemente con la collocazione della statua di San Francesco in alto sulla stessa facciata.


LE FONTI

Nel capitolo del LEGGENDARIO FRANCESCANO dedicato ai santi celebrati A di 16 Agosto, e in particolare nella Vita di San Rocco del Terz’Ordine Nostro si legge:

Il glorioso San Rocco del Terzo Ordine del Padre San Francesco, & Avvocato contro la peste, nacque in Mompolieri nella Provincia di Linguadoca della Francia, l’anno del Signore, 1285, suo Padre si chiamò Giovanni, e la Madre Libera persone illustri, Signori di detta Città, & altri luoghi […] Pervenuto all’anno duodecimo, o secondo altri più probabilmente dicono, al ventesimo rimase senza Padre, e Madre, onde distribuì tutti i denari, e l’avere dell’amplissimo patrimonio lasciatogli, a’ poveri, e necessitosi. Nè sodisfatto d’essersi spogliato de’ beni mobili, bramando staccarsi in tutto da qualsivoglia cosa terrena, e non potendo privarsi del dominio de’ feudi, determinò da quello dilungarsi. Raccomandò ad un suo Zio l’amministrazione della Città, e Terre, e di quanto a lui apparteneva di stabile, e vestitosi l’abito di Penitente del Terz’Ordine, del Nostro Padre San Francesco, con un bordone, & a piedi, come povero Penitente lasciò la Patria, i parenti, gl’amici, spreggiò tutti i fasti, e grandezze del secolo, dalla Francia si mise in pellegrinaggio per l’Italia. (p. 489)

Nella Vita di S. Rocco scritta nel 1837 dal frattese Frate Giuseppe Arcangelo si legge:

Avea Rocco in altissima stima, e venerazione la Città di Roma, come Capitale del Mondo Cattolico, e Sede del Romano Pontefice Capo della Chiesa, e ricca di tanti Santuarìi, e monumenti preziosi, ed ammirabili della nostra santa Religione; sicché il suo disegno nell’ abbandonare la Patria, ed imprendere un pellegrinaggio virtuoso, fu quello di portarsi a Roma per visitare i Luoghi Santi, per arricchire l’anima sua di que’ tanti Preziosi, e ricchi spirituali tesori di S. Indulgenze Plenarie, che da più Sommi Pontefici erano state concesse a tutti quelli, che avrebbero fatto tali visite colle dovute disposizioni. Deposti perciò gli abiti decenti del suo stato, vesti l’abito de’ Fratelli del terz’ Ordine de’ Penitenti istituito dal Serafico Padre S. Francesco; si compose in tutto da Pellegrino, e cosi mal’ in arnese, e senza un decente viatico, nascostamente, e da sconosciuto abbandona la Patria, i parenti, gli amici, e tutti, e verso l’Italia indirizza il suo cammino. Può immaginarsi ogniuno quanto difficoltoso, ed incomodo dovesse riuscire a Rocco un tal pellegrinaggio, e quale esercizio di virtù, di umiltà in particolare, di mortificazione, di pazienza costargli; in quel tempo specialmente, in cui in molte Città dell’ Italia, per le quali dovea necessariamente passare, dominava una fierissima Peste, che strage faceva; e la morte inesorabile con l’affilata sua falce a fasci meteva le vite. (p. 27)

Un eccezionale agiografo di San Rocco fu Mons. Nicola Capasso, prima parroco della chiesa frattese dedicata ala Santo e poi vescovo di Acerra. Egli si servì di molte fonti per la vita del Santo e dalle pagine di Il Pellegrino del 1924, giornale parrocchiale da lui diretto, leggiamo brani relativi a San Rocco terziario francescano:

Frequentò con assiduità le pubbliche scuole della città, alle quali il padre lo inviò per dargli un’istruzione corrispondente al suo stato. Montpellier a quel tempo (sec. XIV) aveva, come si è detto, scuole di medicina, di scienze e di lettere molto famose in Europa; e però da ogni parte accorreva una folla di giovani per completarvi gli studi [...] Il tempo che gli avanzava dalle scuole, lo spendeva sotto le volte gotiche della chiesa di San Firmino, ora a fare da guida e interprete ai pellegrini, ora a soccorrere i poverelli. Vi era allora a Montpellier, un convento di Francescani, dove si conservava una preziosa reliquia, una spina della santa corona. S. Rocco, stretta amicizia con quei buoni frati, si tratteneva spesso nel loro santuario, s’infervorava nel servizio di Dio con le loro conversazioni, e manifestava spesso il desiderio di seguire il Signore per una via più perfetta. I frati ammiravano le buone disposizioni del giovanetto, e lo ascrissero nel Terzo Ordine Francescano. Così San Rocco s’avanzava a passi di gigante nella via della perfezione.

Propongo ora di seguito una sintesi di testi da me scritti in varie occasioni per le celebrazioni di San Rocco a Frattamaggiore negli anni scorsi.

LA VITA

San Rocco è un santo del Medioevo, e la sua figura può essere compresa tra i contrasti di quell'epoca storica. Sulla sua storia personale non esistono cronache datate e resoconti precisi. Esistono degli  'ACTA'  antichi  anonimi, detti 'ACTA BELFORTIANI' o 'ACTA BREVIORA', trovati dai BOLLANDISTI tra i manoscritti del monastero dei Betlemiti presso Lovanio e ricostruiti con un manoscritto dei Padri Celestini di Parigi. Gli specialisti fanno risalire la stesura di questi 'ACTA' ai primi decenni del XV secolo. Con il racconto della vicenda principale in essi contenuti, gli ACTA BREVIORA sembrano rimandare ad avvenimenti verificatisi intorno  al 1350 e collegati con la epidemia di peste nera che per circa un decennio, funestò l'Italia e l'Europa.
Tutti gli autori successivi si rifecero agli 'ACTA' anonimi; e vi aggiunsero solo poche informazioni che riguardarono la vicenda terrena di San Rocco, inquadrata in una epoca determinata con date più o meno attentibili, e la vicenda gloriosa  del Santo, del quale si cercò di seguire la storia postuma e la diffusione delle sue reliquie nelle varie città d'Italia, di Francia e d'Europa.
 Le storie antiche della vita di San Rocco, gli 'ACTA BREVIORA' anonimi del XV secolo e la 'VITA S. ROCHI' di F. Diedo, posero in risalto la nobiltà dei natali e la miracolosità della nascita del Santo. Egli nacque da Giovanni, signore di Montpellier, e da Libera, donna  altrettanto nobile e devotissima. La nascita del santo, similmente a quella di Giovanni il Battista fu ritenuta miracolosa e segnata dalla volontà divina con una croce impressa sulla sua cute la quale fu interpretata come simbolo della sua consacrazione a Cristo.
 Egli fu educato alla bontà e alla pietà, e fu per lui modello di vita la santità di un altro nobile francese dell'epoca: Ludovico d'Angiò, giovanissimo Vescovo di Tolosa, il quale rinunciò al Regno di Napoli per la sequela di Cristo. Come questo santo principe che volle indossare l'abito della povertà francescana, lo stesso nobile Rocco, come si legge nella bolla “Cum a nobis” del 1547 di papa Paolo III, volle aderire all'ordine dei Frati di San Francesco d'Assisi, facendosi  Terziario.  

Rocco fu aduso al digiuno già in tenera età e, adolescente, praticò le  virtù e la penitenza cristiane. Il passaggio di tantissimi pellegrini per la sua città, posta sulla Via per Santiago di Compostela, colpì la sua giovane mentalità; e lo affascinò al punto che egli stesso si predisponeva al pellegrinaggio a Roma, in Terra Santa e verso gli altri luoghi della cristianità medievale, come  San Michele al Gargano e San Matteo a Salerno.
Ancora adolescente egli raccolse le ultime volontà del padre che gli propose di usare cristianamente i beni che riceveva. Dopo la morte della madre, avvenuta qualche anno dopo, Rocco rimase solo a gestire i suoi beni, che destinò alla consolazione dei poveri, delle vedove, degli orfani. Si ritrovò che aveva praticamente dispensato tutti i suoi beni. E non gli rimaneva  altro che il suo desiderio di andare pellegrino. E giovanissimo, con l’animo francescano, egli indossò l'abito del  viandante; prese il bacolo, mise il cappellaccio e il manto conghigliato, e si  avviò verso Roma. 

Dopo qualche tempo, lasciandosi alle spalle la Liguria, egli si incamminò per la Toscana, percorrendo la Cassia, attraverso Lucca e Siena. Giunse nello Stato Pontificio, ad Acquapendente, nel territorio  della città papale di Viterbo, a ridosso del lago di Bolsena; all'incrocio della strada per l'Umbria che partiva da Orvieto.
Lo avevano affascinato le colline e i paesaggi, le rocche e le badie che incontrava sul suo cammino; i monasteri e i rifugi di campagna che lo ospitavano.
Ad Acquapendente lo raggiunse la notizia che la peste si andava diffondendo in maniera durissima, colpendo i giovani più forti e mietendo vittime in ogni contrada. Allora egli chiese, mosso dalla carità di Dio, al responsabile dell'ospedale di quella cittadina, un certo Vincenzo, di poter servire volontario gli ammalati e i derelitti; e devotamente si mise a curare i malati, nel nome e nel segno di Cristo; ricevendone gratitudine e riconoscenza.
Le vicende dell'epidemia gli impedirono, per qualche tempo, di raggiungere Roma; ed egli, riscoprendosi poteri taumaturgici ed avvertendoli come volontà divina, si avviò verso i luoghi dove il morbo infieriva, cercando di portare sollievo e guarigioni. Si trovò così, il santo giovane, a percorrere la strada appenninica verso il Nord, dove raggiunse la città di Cesena; e li contribuì a liberarla dalla peste. 

Dopo qualche tempo egli fu a Roma, ospite  del  Cardinale  d'Angera. Anche a questo cardinale egli ebbe opportunità di mostrare i suoi poteri taumaturgici; liberandolo dal morbo con l'impressione di un segno di croce sulla fronte.
Riconoscente, ma anche infastidito dal segno che permaneva sulla sua fronte secondo quando dice la cronaca antica, il Cardinale ospitò il santo per qualche anno nel suo palazzo; e gli fece conoscere il Pontefice, il quale di sua mano lo benedisse e gli concesse l'indulgenza plenaria del pellegrino di San Pietro e di San Paolo. Alla morte del Cardinale, Rocco lasciò Roma, dopo  avervi vissuto per circa tre anni; e si avviò al Nord per la Flaminia, visitando Assisi e i luoghi francescani dell'Umbria. A Rimini egli si fermò ancora per qualche tempo, perché la peste continuava ad infierire; offrendo la sua opera e guarendo molti appestati. Percorrendo poi l'Emilia, egli attraversò città e campagne, dirigendosi verso Piacenza, Pavia e Milano. La cronaca antica, dopo Rimini, lo segnalò a Novara, altra città funestata dalla peste più grave. Rocco si recò poi a Piacenza, città ancora invasa dalla malattia; e là egli si prodigò nell'ospedale, nei lazzaretti e nelle case della gente, benedicendo e curando gli ammalati con il segno della croce e con interventi igienici.
Fu a Piacenza che Rocco ebbe il sentore dell'Angelo che gli preannunciava che la peste avrebbe colpito anche lui: le infezioni alla sua gamba si estesero in maniera dolorosa e lo privarono del sonno e lo costrinsero al gemito e al pianto. Di notte, così, egli abbandonò l'ospedale e si  recò  in una selva fuori della città.
La peste di Rocco, nel disegno divino, doveva avere valore di sofferenza offerta per la liberazione di tutti; ed in questa prospettiva Rocco si costruì un luogo appartato con le frasche ove miracolosamente sgorgò una fonte di acqua pura.

Nella stessa selva si trovavano la villa rurale e le proprietà del nobile Gottardo. Alla tavola di questo nobile, ogni tanto, un suo cane 'venatico' sottraeva del pane e lo portava al santo eremita Rocco. Questo comportamento dell'animale incuriosì Gottardo, che volle seguire il cane; e scoprì la capanna di san Rocco che ivi giaceva affetto dalla peste. Il rispetto e l'amicizia reciproca furono subito i sentimenti che emersero tra i due uomini. Gottardo vide nel comportamento del cane un segno divino, e volle aiutare il santo. Vicino a Rocco Gottardo si convinse ad abbracciare la povertà e ad andare elemosinando per Piacenza, dove era molto conosciuto, tra lo scherno generale. La peste si  riaccese  violenta in città, e Rocco fu costretto a lasciare il suo eremo per portare conforto e cura agli appestati. La sua presenza in città mitigò miracolosamente le brutte manifestazioni del male; e i piacentini riconoscenti vollero onorare Rocco nel bosco, condividendone la vita e ascoltandone l'insegnamento. Durante una notte, Gottardo ascoltò la voce dell'Angelo che annunziava a Rocco la fine della sua malattia; e riferì la cosa al Santo; il quale effettivamente guarì e, ringraziando il Signore, riprese la via del ritorno verso la Francia. Da Piacenza, Rocco, seguendo la via ripense del Po e del Ticino, si portò ad Angera; città di cui teneva il titolo il suo vecchio amico Cardinale, e la quale era dominio di un suo zio. In questa città, situata sulla riva del lago Maggiore, erano in corso scontri bellici; e Rocco, scambiato per nemico, fu imprigionato; e là rimase in cella per cinque anni, senza avere occasione di manifestare la sua nobile identità. Il malinteso fu risolto alla sua morte; quando segni di luce misteriosa nella cella testimoniavano la sua innocenza e la sua sofferenza accettata per amore di Dio. 

In fin di vita, Rocco chiese un sacerdote per confessarsi; e chiese alle guardie di non essere accudito per tre giorni. Una rivelazione dell'Angelo manifestò poi a Rocco che una sua preghiera sarebbe stata accolta e soddisfatta dallo stesso Signore. Ed egli chiese di essere patrono nella peste e di aiutare tutti quelli che, patendo  dei  pericoli di questo morbo, si fossero rivolti a Dio e al suo patrocinio. La notizia dei fenomeni miracolosi nella cella di Rocco si diffuse e giunse al signore della città; la madre del quale, dalla tavoletta d'oro con l'impressione del nome del Santo miracolosamente ritrovata sotto la  sua testa e dal segno della croce impresso sul petto, riconobbe nel santo pellegrino il nipote del figlio e ricordò che il padre di Rocco era stato fratello germano del signore di Angera. Alla sepoltura gli abitanti di Angera parteciparono commossi; e al pellegrino, ritenendolo già santo, innalzarono una grande Chiesa.

IL CULTO

Un antico filone della storia agiografica di San Rocco ne segnala la nascita al 1295 e la morte al 1327. Altri filoni più recenti, sulla base di  ragionamenti sui contenuti dei primi ACTA anonimi del XV secolo, segnalano date diverse.
La diffusione del culto di San Rocco  nella Cristianità ha seguito diversi schemi. Un primo schema di sviluppo spontaneo della devozione fu quello attuatosi subito dopo la morte del Santo nei paesi  dell'Italia settentrionale e della Francia meridionale che furono testimoni  del  suo passaggio e del suo impegno a favore degli appestati.
La peste in Europa infierì per circa un decennio a partire dal 1347, epoca dell'inizio della 'guerra dei 100 anni' tra Francia ed Inghilterra.
In quel contesto storico sembra che il giovane Rocco abbia svolto la sua attività di pellegrino e di taumaturgo in Italia.
Montpellier, la città natale, Angera, la città della morte, Piacenza, Cesena, Acquapendente ed altre città subito onorarono il Santo con cappelle, luoghi ed organizzazioni devozionali. Venezia riuscì ad avere la maggiore reliquia del Santo nel 1485, e l'antica Confraternita della SCUOLA GRANDE DI S.ROCCO divenne il principale faro del culto rocchiano in Italia e nel mondo.
Lo schema più probabile della diffusione del culto del Santo appare comunque quello realizzatosi a partire dal Concilio di Costanza (1414). Con questo schema, nel verificarsi  delle  epidemie, si ricorreva alla efficace protezione di San Sebastiano e di San Rocco, il quale, da quel tempo, incominciò ad essere invocato e presente con il suo patrocinio nei vari luoghi d'Europa.
I Francescani, come d’altra parte i Minimi i Trinitari e i Domenicani, ebbero un culto privilegiato per San Rocco appartenente al Terz’Ordine favorito da pontefici francescani che ne consentirono la vasta diffusione e celebrazione che fu poi sancita ne 1594 da Gregorio XIII con la canonizzazione e l’stituzione della Festa al 16 Agosto.
 Ad Aversa la costituzione di una Confraternita intitolata al Santo e la costruzione di una chiesa a lui dedicata vengono fatte risalire dagli storici locali al tempo della peste del 1526. Per questa città, comunque, e per qualche altra dell'entroterra napoletano, come Frattamaggiore, la nascita del culto rocchiano, su base documentata, sembra risalire ad un periodo precedente, al 1493; epoca di una epidemia pestilenziale a Napoli. In quell'epoca la Corte aragonese la Vicaria e la Sommaria si trasferirono ad Aversa, a Frattamaggiore e a Nola; ed il ricorso al  Santo  protettore in questi luoghi fu quasi naturale.
 Un ulteriore schema molto probabile di diffusione del culto  di San Rocco è quello legato ai luoghi del suo personale pellegrinaggio e ai luoghi del pellegrinaggio cristiano in generale. Tutte le vie del pellegrinaggio antico, la Tratta Francigena, la via di Santiago e la via di Roma sono, infatti, piene  del segno di S.Rocco.


In questo ultimo tipo di diffusione devozionale si riscontrano significati molto vicini alle istanze contemporanee della ricerca di Dio; e a quelle della moderna gioventù itinerante e proiettata nell'assoluto religioso.
Il patrocinio del Santo appare ancora oggi proponibile e rispondente alle tematiche morali e sanitarie legate ai pericoli delle contaminazioni e delle malattie contagiose che affliggono l'umanità.

In questi sensi San Rocco è ancora un santo attuale e giovane, anche se legato alla più inveterata tradizione devozionale e taumaturgica. A questo proposito leggiamo ancora l’esortazione di Mons. Capasso dalla fonte del 1924 :

Imparino i fanciulli e i giovani da S. Rocco, come debbono passare i più belli anni della loro vita. Si suol dire che la gioventù deve divertirsi; e così si consuma l’età più preziosa in passatempi e vizi, ruinandosi l’anima e il corpo. S. Rocco, invece tutto intento allo studio e alle opere di religione, c’insegna che dobbiamo consacrare a Dio le primizie dei nostri anni, dobbiamo in questo tempo, acquistare le abitudini del lavoro e delle virtù cristiane, perché come dice lo Spirito Santo “il giovanetto, dopo che ha acquistato le sue abitudini, anche se si fa vecchio, non le smetterà più” (Prov XXII, 6).

Fonti iconografiche: Fototeca della Parrocchia San Rocco in Frattamaggiore
                                 Polittico di San Rocco di A. Gandino - ca. 1590

sabato 11 febbraio 2017

San Pasquale Baylon


Vita – San Pasquale Baylon da giovane ed umile pastorello desiderò ardentemente di divenire frate francescano nel convento di Santa Maria di Loreto presso il quale egli portava le sue pecore al pascolo. Nacque e morì in un giorno di Pentecoste: il 16 Maggio 1540 a Torre Hermosa ed il 17 Maggio 1592 a Villareal. La sua vocazione religiosa fu intensamente vissuta, impegnata nello studio autodidatta, arricchita di ascetiche attese, incoraggiata da visioni divine e dalla apparizione dei Santi Francesco e Chiara. La spiritualità eucaristica, unita alla devozione mariana, fu il tratto fondamentale della sua vita religiosa, interamente vissuta nell’obbedienza dell’umile frate servitore del convento e dei poveri, e nella costante contemplazione del mistero della presenza sacramentale del Signore. In un contesto storico caratterizzato dalla disputa con i protestanti che si affermavano in Europa, Pasquale viaggiò molto per il suo Ordine ed affinò i ragionamenti a difesa e a testimonianza della fede cattolica. Scrisse anche un compendioso trattato teologico ed apologetico che fu utilissimo per i molti suoi confratelli studiosi e teologi impegnati nelle controversie dell’epoca. La sua vita fu ricca di carità e di segni miracolosi, e la sua morte fu accompagnata da prodigi collegati alla sua devozione e alle celebrazioni eucaristiche nella Chiesa del suo convento. Era stato ammesso tra i francescani alcantarini nel 1564, come fratello laico, dopo 6 anni dalla sua richiesta e dopo aver dato prova di una vocazione santa ed irrinunciabile. Fu proclamato beato nel 1618 e fu canonizzato nel 1690. Il suo culto si diffuse subito a Roma, in Spagna, nel Regno di Napoli e negli altri luoghi della dominazione spagnola e della missione francescana nel mondo.
Il francescanesimo in Campania – L’ordine francescano fu portato in Campania verso il 1215 da frate Agostino d'Assisi, discepolo di san Francesco, e da allora fu avviata la “Provincia Terrae Laboris” che abbracciava gran parte del Regno di Napoli. Nel 1670 la Provincia francescana di Terra di Lavoro era divisa in Osservante e Riformata, e fra queste, favorita dal Viceré Don Pietro d'Aragona, si inserì anche la Custodia di San Pietro d'Alcantara, di provenienza spagnola e dotata di Costituzioni austere, impegnative e fortemente ascetiche. Gli Alcantarini presero possesso della Casa di Santa Lucia al Monte di Napoli e si estesero in tutto il Regno, fino a Lecce, diffondendo anche la loro devozione a San Pasquale.
In Campania essi, incorporando anche i riformati Barbanti, ebbero i conventi di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano, di San Giambattista di Atripalda, e di Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese.
Questi Frati avviarono una esperienza religiosa all'interno della quale si formarono Santi come Giovanni Giuseppe della Croce, Maria Francesca delle Cinque Piaghe, il Beato Egidio di San Giuseppe ed il beato Modestino di Gesù e Maria.
Nella prima metà dell’ 800 i Frati Alcantarini erano diffusi in più conventi del napoletano e del casertano, ed erano riusciti a scampare alle leggi punitive borboniche e alla soppressione napoleonica. Oggi tutti i Francescani di Terra di Lavoro, da Minturno a Teano, da Roccamonfina a Caserta, da Piedimonte Matese a Pietramelara, da Orta di Atella a Grumo Nevano, da Afragola a Somma Vesuviana, da Napoli a Torre, sono riuniti nella Provincia del SS. Cuore di Gesù, istituita nel 1942.
Patrono dei Congressi Eucaristici Noi pensiamo che la grazia più segnalata largitaci da Dio debba indicarsi nello sviluppo tra i fedeli della devozione verso il Sacramento della Eucaristia, per merito dei celebri Congressi tenuti nel nostro tempo a tale scopo. […] Per animare i cattolici a professare con franchezza la loro fede e a praticare le virtù proprie dei cristiani, non c’è mezzo più efficace che nutrire e aumentare la pietà del popolo verso questo ineffabile pegno di amore, che è vincolo di unità e di pace […] Spesso lodammo i Congressi e le Associazioni eucaristiche, ora, nella speranza di vederli produrre frutti più abbondanti, giudichiamo utile di assegnare loro un Patrono celeste, scelto tra i Santi che hanno bruciato di più ardente carità verso il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia.
Ora fra i Santi, la cui pietà verso questo sublime mistero si è manifestata con un fervore più vivo, Pasquale Baylon occupa il posto più degno. Dotato di un gusto mirabile per le cose celesti, dopo di aver santamente passata la gioventù a guardare il gregge, abbracciò una vita più austera nell’Ordine dei Frati Minori della stretta osservanza; e, con la contemplazione abituale dell’augusto Convito dell’altare, pervenne a una conoscenza più perfetta di questo Sacramento d’amore.
Anche sprovvisto di lettere, ebbe tale scienza celeste, che fu capace di dare responsi sui dogmi più difficili e perfino di scrivere libri di fede. Professò apertamente in faccia agli eretici la verità Eucaristica, per il che ebbe a patire molte e gravi persecuzioni; ed, emulo del martire Tarcisio, fu minacciato più volte di morte. Finalmente l’affettuoso ardore della sua pietà sembrò prolungarsi al di là della vita mortale, perché, durante i funerali, pur disteso nella bara, aprì, come si dice, gli occhi due volte, al momento delle due elevazioni.
Noi siamo persuasi che le Associazioni cattoliche, di cui abbiano parlato, non possano essere affidate a un patrocinio migliore. […] Sperando che la Nostra decisione favorisca l’interesse e il bene del popolo cristiano, Noi dichiariamo e constituiamo, di nostra suprema autorita’, e in virtu’ delle presenti lettere, San Pasquale Baylon, Patrono speciale dei Congressi Eucaristici e di tutte le Associazioni che hanno per oggetto la divina Eucaristia, tanto di quelle che sono già esistenti, quanto di quelle che saranno per sorgere.
Facciamo voti, con molta fiducia, che, per gli esempi e il Patrocinio di questo gran Santo, aumenti, tra i fedeli, il numero di coloro che consacrano tutti i giorni il loro amore, i loro disegni e il loro zelo a Gesù Cristo nostro Salvatore.
                                                Lettera Pontificia di Leone XIII del 28 novembre del 1897


San Francesco d'Assisi diacono

Assisi - Basilica inferiore
dipinto del XIV secolo
Le Fonti Francescane (FF), in particolare la Vita Prima di Tommaso da Celano, portano la testimonianza scritta che San Francesco era diacono. Vi sono anche fonti iconografiche in cui Francesco appare con il segno proprio e la veste liturgica del diacono: Il libro del Vangelo e la dalmatica.
La testimonianza scritta del Celano si riferisce alla notte di Natale del 1223 quando Francesco si trovava all'eremo di Greccio e volle realizzare con la gente del luogo una rappresentazione viva della Natività di Betlemme, il primo presepe vivente della tradizione popolare natalizia italiana.
Leggiamo di seguito la narrazione.

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. 
Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. 
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Presepe di Greccio
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. 
Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. 
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. 
E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. 
Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. (FF 469-470)

Assisi - Basilica superiore
Giotto - Innocenzo III approva la Regola
Francesco era diacono”: il Celano rimanda ad un tempo più remoto di quella notte del 1223 il contesto dell'ordinazione diaconale del santo della quale non si legge in altra fonte.
Grazie ad altri luoghi delle fonti francescane si possono avere indicazioni per giustamente collocare l'ordinazione diaconale nel decennio precedente ed ancorarla all'approvazione verbale della Vita(Regola) che Francesco ebbe nel 1209 per la sua fraternità da Papa Innocenzo III insieme con l'Autorizzazione Apostolica alla predicazione del Vangelo. Il Papa impose a Francesco e ai suoi Frati di prendere la tonsura; così rendendoli chierici li pose al servizio religioso della Chiesa ed evitò la dispersione ereticale della loro originale esperienza di radicale povertà evangelica. Il cardinale Ugolino che appoggiò moltissimo le istanze francescane presso il Papa, anche del successore Onorio III eletto nel 1216, assunse poi il ruolo di protettore del nascente ordine francescano.
Nel profondo legame con il Vescovo di Assisi, che venerava come un padre, e con la Gerarchia di Roma, si ritrova il contesto originario dell'ordinazione di frate Francesco diacono, prima chierico e predicatore itinerante, il quale non volle accedere al presbiterato per umiltà e persistente spirito di servizio ai fratelli e al Signore.
La scelta di Francesco di rimanere permanentemente diacono assume oggi un particolare significato storico-teologico che attiene l'ordine e la funzione del diaconato in quanto tale nella Chiesa.
Dalla sua istituzione nella Chiesa apostolica del I secolo fino all'epoca altomedievale (VI-VII secolo) il diaconato ha avuto sempre una sua dimensione caratterizzante all'interno dell'ordine ecclesiale (diacono, presbitero, vescovo); poi per i secoli successivi, fino al Concilio Vaticano II nel XX secolo, esso è stato vissuto nella pratica soprattutto come una fase del cammino verso l'ordinazione sacerdotale. Il Concilio di Trento (XVI secolo) riconobbe e ripropose il carattere permanente del diaconato, ma esso fu ancora essenzialmente vissuto come transito per il sacerdozio.
Il diaconato permanente, che oggi è tornato ad essere vissuto in maniera significativa nell'ambito dell'ordine ecclesiale, ha poi ricevuto la sua definizione dal magistero del Vaticano II nella Lumen Gentium (LG), la costituzione dogmatica sulla Chiesa del 1964.
La scelta 'minore' di Francesco di rimanere diacono, profetica per l'esperienza ecclesiale e per la spiritualità del suo tempo, era in linea con le dimensioni ecclesiali del diaconato delle origini e ridonava ad esso l'antica forma spirituale della vocazione al servizio e della carità operante:
In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio. Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella diaconia della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e col suo presbiterio” (LG III, 29). 


San Francesco d'Assisi visto da Papa Francesco

L'Omelia di Papa Francesco del 4 ottobre 2013, detta durante la celebrazione della Santa Messa sulla Piazza del Portico dei Pellegrini della Basilica del Santo, contiene un grande ritratto di agiografia pastorale con preghiera di San Francesco d'Assisi.
Il “Pace e Bene” salutare del cammino francescano, che proviene dalla unione nell'animo del Santo dell' “amore per i poveri e dell'imitazione di Cristo povero”, si origina “dallo sguardo di Gesù sulla croce”. La Pace francescana “non è un sentimento sdolcinato” ed il Francesco ingenuamente associato a questo sentimento “non esiste”, come non esiste l'idea della pace legata ad una sorta di “armonia panteistica con le energie del cosmo”.
La pace di Francesco è quella di Cristo, e la trova colui che “prende su di sé” il “giogo” del comandamento della Carità - Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv13,34; 15,12) - e lo porta senza arroganza e presunzione, ma “con mitezza e umiltà di cuore”.
Propongo direttamente alla lettura l'omelia del Santo Padre raggiungibile sul portale del Vaticano.

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Francesco, Assisi
Venerdì, 4 ottobre 2013

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Pace e bene a tutti! Con questo saluto francescano vi ringrazio per essere venuti qui, in questa Piazza, carica di storia e di fede, a pregare insieme.
Oggi anch’io, come tanti pellegrini, sono venuto per rendere lode al Padre di tutto ciò che ha voluto rivelare a uno di questi “piccoli” di cui ci parla il Vangelo: Francesco, figlio di un ricco commerciante di Assisi. L’incontro con Gesù lo portò a spogliarsi di una vita agiata e spensierata, per sposare “Madonna Povertà” e vivere da vero figlio del Padre che è nei cieli. Questa scelta, da parte di san Francesco, rappresentava un modo radicale di imitare Cristo, di rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). In tutta la vita di Francesco l’amore per i poveri l’imitazione di Cristo povero sono due elementi uniti in modo inscindibile, le due facce di una stessa medaglia.
Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con le parole – questo è facile – ma con la vita?
1. La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, èassimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare, ricreare dal suo amore.
2. Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29).
Questa è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere “strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio, la pace che ci ha portato il Signore Gesù.
3. Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF,1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio - il Creatore - lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia, uomo di pace. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da san Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: ottienici da Dio il dono che in questo nostro mondo ci sia armonia, pace e rispetto per il Creato!
Non posso dimenticare, infine, che oggi l’Italia celebra san Francesco quale suo Patrono. E do gli auguri a tutti gli italiani, nella persona del Capo del governo, qui presente. Lo esprime anche il tradizionale gesto dell’offerta dell’olio per la lampada votiva, che quest’anno spetta proprio alla Regione Umbria. Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide.

Faccio mia la preghiera di san Francesco per Assisi, per l’Italia, per il mondo: «Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di ricordarti sempre della sovrabbondante pietà che in [questa città] hai mostrato, affinché sia sempre il luogo e la dimora di quelli che veramente ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto e gloriosissimo nei secoli dei secoli. Amen» (Specchio di perfezione, 124: FF, 1824).