Visualizzazione post con etichetta Grumo Nevano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grumo Nevano. Mostra tutti i post

domenica 9 giugno 2019

Un antico cammino francescano in onore di Sant’Antonio


Nell’area atellana della Diocesi di Aversa (“in Atellano” secondo la dicitura della Ratio Decimarum del XIV secolo), tra Grumo, Fratta, Cardito, Caivano ed Orta, si individuano le tracce di un antico e devoto pellegrinaggio svolto verso i luoghi dedicati a Sant’Antonio da Padova.
Il cammino si è originato nella seconda metà del ‘500; e dal ‘600 si è geograficamente esteso anche ad Afragola, situata nella Diocesi di Napoli, divenuta con il Santuario di Sant’Antonio la meta principale dell’antico pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio si svolgeva soprattutto in primavera, nelle feste pasquali, e nei tempi legati alle celebrazioni rurali e alle ‘scampagnate’. La meta originaria fu rappresentata dal Convento dei Frati Cappuccini sorto a Caivano nel 1586.

La riforma dei Cappuccini sorta nel seno del movimentato francescanesimo della prima metà del ‘500, mosso tra la ‘osservanza’ antica del modello del Padre serafico Francesco e la vita ‘conventuale’, retaggio organizzativo dei francescani, fu caparbiamente motivata da frati come Matteo da Bascio e Ludovico da Fossombrone; i quali vissero la loro esperienza nell’area marchigiana, legandola alla itineranza antica, al servizio agli appestati, e alla influenza eremitica dei Camaldolesi.
Esperienza eremitica ed attività urbana si intrecciarono poi necessariamente nella Roma della fine del ‘500, ove i Cappuccini erano giunti grazie alla protezione di Caterina Cibo, Duchessa di Camerino nipote del papa Clemente VII, e ove la loro riforma ormai avviata trovò una sede privilegiata e riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa. In quell’ambito emersero figure di cappuccini di grande capacità organizzativa come Francesco da Jesi e figure di santa semplicità come frate Felice da Cantalice, santo, che per oltre 40 anni fece la ‘cerca’ per le vie di Roma a nome dei suoi confratelli.
La mitica e santa origine storica dei Cappuccini, che permise la loro diffusione in tutta la cristianità dopo circa un quarantennio di impedimenti anche ufficiali alla loro espansione fuori delle terre d’Italia, fu accompagnata dall’ammirazione e dall’impegno di nobili e di popolani; i quali protessero e sostennero il francescanesimo cappuccino con aiuti ed ospitalità concreti.
Portatori tra la gente e testimoni di un rinnovato spirito di preghiera, di penitenza e di missione, vissuto nelle loro chiese conventuali, volutamente e poveramente costruite fuori dei borghi e delle città come ritiri di frati e mete di pellegrini, i frati con il cappuccio e con la barba e le loro dimore divennero così un punto di riferimento importante nel panorama della religiosità cattolica post-tridentina.

Questi originari tratti storici furono gli stessi che motivarono la presenza dei Cappuccini a Caivano nel corso del ‘500 e che portarono alla fondazione del locale convento extra urbano (1586). Prima di quella fondazione i cappuccini predicatori di transito trovarono un’accoglienza particolare, legata alla ospitalità offerta loro devotamente da Scipione Miccio, che fu promotore della costruzione del loro convento in Caivano.
Sicuramente l’opera dei frati nel paese dovette essere ricca di frutti spirituali anche per la popolazione che decise ed operò per il loro stanziamento stabile nel luogo periferico di Caivano che si incontrava con il territorio di Cardito e di Crispano.
Favorita dal Comune di Aversa qualche decennio prima (1545) nel territorio diocesano già si era insediata nella periferia verso Giugliano una comunità di frati cappuccini, che aveva edificato un conventino attiguo alla chiesa dedicata a Santa Giuliana.
L’espansione dei cappuccini sul territorio diocesano fu ben vista anche dal francescano papa Sisto V, il quale ad un anno dalla fondazione del convento di Caivano autorizzò nel 1587 con un suo breve la ricostruzione e l’ingrandimento di quello già esistente nel territorio di Aversa.
Il convento di Caivano fu costruito accanto ad una chiesetta già esistente, dedicata allo Spirito Santo, ricostruita e rimaneggiata per l’occasione dai frati.
Un interessante documento, ricavato dall’archivio parrocchiale di San Sossio in Frattamaggiore, ci rimanda l’importante collocazione del convento cappuccino caivanese assunta nei suoi primi anni di vita nel panorama devozionale del territorio.
Le genti e i fedeli di quel tempo, infatti, lo predilessero subito come una delle mete fondamentali del pellegrinaggio locale:

+ EODEM DIE (XXI d’aprile 1596 domenica d’alba) ET AD FUTURAM REI MEMORIAM
Nota come hoggi predetto dì 21 d’Aprile 1596, domenica d’alba fecimo una processione Sollenda con tutti li misterii della passione di Cristo, e con tutti li misterii della concettione Santissima, e con la charità; et andaimo a Santa Eufemia, e depoi al casale di Cardito, et appresso alla chiesa delli Scappuccini di Caivano, e depoi al casale di Fratta piccola, e depoi ce ne ritornaimo con un bellissimo tempo, senza romore, ma tutti allegramente et quanti; e se vedero tutti li uomini di Fratta magiore, e tutte le donne cite, et maritate et vidue, che fo una vista bellissima; e la processione andò bene ordinata videlicet con tutti li misterii andavano prima, e depoi quaranta homini a dui a dui con le intorgie; et depoi lo crucifisso di Santa Maria della Gratia con li giovani vestiti e depoi lo crucifisso del Rosario con tutti li confrati vestiti, et depoi la ...

Probabilmente per quell’antica processione di frattesi, svoltasi nella Domenica di Pasqua del 1596 tra i casali circostanti, il convento degli Scappuccini di Caivano dovette rappresentare la meta principale, sia per la distanza e sia per le iniziative devozionali e popolari che ivi si realizzavano. A questo proposito risulta utile la descrizione data da Gaetano Parente delle attività che proprio nella Domenica di Pasqua si realizzavano fin dall’antichità intorno all’altro convento cappuccino della Diocesi:

In questo luogo, ch’è sito nel limite giurisdizionale di un territorio tra Aversa e Giugliano, fin dagli antichi tempi costumavano celebrare, i frati, una grande festa nel dì di Pasqua. Innanzi al sagrato della chiesa rizzavan di molte baracche, venditori d’ogni sorta mandorlato o seccumi, accorrendovi in folla compratori e divoti; così che l’improvvisa fiera o mercato addiveniva, in quel giorno, occasione di commercio, di spassi, di perdonanze…

Dai documenti ecclesiastici si conosce l’affermarsi ed il consolidarsi della devozione a Sant’Antonio presso il convento di Caivano nel corso del ‘600, e l’istituzione nel 1661 della festa come santo titolare.
Il ‘600 fu il secolo durante il quale il pellegrinaggio locale si arricchì di nuovi mete e luoghi dedicati alla devozione francescana e in particolare sant’Antonio: il convento dei frati di Grumo Nevano, la chiesa dell’Annunziata e Sant’Antonio di Fratta, il convento dei frati di Afragola, gli altari e le edicole innumerevoli nelle vie del territorio e nelle altre chiese di Fratta (Sant’Ingenuino e Sant’Antonio), Carditello (San Giuseppe e Santa Eufemia), ed Afragola (San Marco in Silvis ove esiste una effigie cinquecentesca di Sant’Antonio).


Il cammino antico si sviluppò con la devozione del popolo e con l’impegno di ragguardevoli e nobili signori. Al circuito cinquecentesco originario si aggiunse il ramo che congiungeva Grumo con Fratta e Cardito ed il ramo che congiungeva Fratta e Carditello con Afragola.

La storia del convento francescano di Grumo iniziò nel 1589 grazie alla devozione di Carlo Loffredo, signore di Cardito e Monteforte, che donò ai frati la terra grumese ereditata dalla moglie Vittoria Brancaccio. L’andirivieni della carrozza del signore tra Cardito e Grumo aveva una sosta devota ed esemplare nel luogo dell’Arco a Fratta ove esisteva una edicola della Madonna Annunziata posta sul residuo medievale dell’acquedotto atellano.

Nella prima metà del '600 l'edicola fu dedicata anche a Sant'Antonio da Padova. La chiesa dell’Annunziata e Sant’Antonio fu edificata intorno al 1630, epoca del Riscatto. L'opposizione all'erezione della chiesa e le altre vessazioni del Patriarca De Sangro, compratore feudale del Casale di Frattamaggiore, furono la causa che fece scatenare il movimento popolare che portò alla 'ricompra' del paese. 

In questo movimento si accrebbe la devozione al Santo di Padova, e i voti popolari che a Lui si rivolgevano per il buon fine della questione si intrecciarono fortemente con le vicende del Riscatto, fino al punto di considerare emblematica la stessa costruzione della chiesa (de Capassi, Canto V, Ott. 64). Non a caso la piazza dove la chiesa si eresse fu chiamata Largo Riscatto.

Dalla descrizione della primitiva chiesa operata dallo storico locale Florindo Ferro si apprende che essa era stata costruita al posto dell'arco antico sormontato da una "rozza croce di ferro" e contenente una edicola con l'immagine della SS. Annunziata alla quale era stata aggiunto il segno devozionale di Sant'Antonio. 

La dedicazione della nuova chiesa anche a Sant’Antonio fu motivata evidentemente per il suo ritrovarsi sul percorso del pellegrinaggio francescano locale (Grumo-Fratta-Carditello-Afragola). Questo percorso congiungeva la meta del Convento di San Pasquale e Santa Caterina di Grumo con quella del Convento dedicato al Santo di Padova fondato nel 1633 dai frati francescani riformati ad Afragola. Il percorso attraversava il Casale di Fratta toccando il sito dell'edicola dell'Arco e il sito della chiesa campestre di Santa Giuliana; raggiungeva per i sentieri di campagna il Santuario di Afragola dopo la sosta devozionale presso la chiesa di Sant'Eufemia di Carditello e costeggiando l’Arcopinto sull’antico sentiero dell’acquedotto.
In Frattamaggiore un segno importante della devozione e del percorso antoniano risalente al ‘600 si ritrova anche nella chiesetta gentilizia dei Conti Genoino dedicata a Sant’Ingenuino e a Sant’Antonio. In particolare la statua del santo francescano in essa custodita è oggetto privilegiato della devozione popolare del paese, richiamandosi sicuramente alle vicende del Riscatto (1630). 
Vicende che sono notevolmente significate nella cappella anche dalla presenza della tomba di Giulio Giangrande, vecchio eroe del tempo che si rifiutò di pagare le tasse baronali imposte ai portatori di bastone e che, con il suo gesto, diede il via alla riscossa popolare.

A questo antico circuito devozionale si legano alcuni tratti particolari del francescanesimo locale, fortemente caratterizzato dalla popolarità di Sant’Antonio da Padova e San Pasquale Baylon, e dalla diffusa religiosità animata da numerose figure di beati e venerabili (ad es. Beato Modestino di Gesù e Maria).

Il francescanesimo in Campania fu portato verso il 1215 da frate Agostino d'Assisi, discepolo di san Francesco, e da allora fu avviata la “Provincia Terrae Laboris” che abbracciava gran parte del Regno di Napoli. Nella Diocesi di Aversa si registrano presenze e segni francescani sicuramente datati al XIV secolo. Nel 1670 la Provincia francescana di Terra di Lavoro era divisa in Osservante e Riformata, e fra queste, favorita dal Viceré Don Pietro d'Aragona, si inserì anche la Custodia di San Pietro d'Alcantara, di provenienza spagnola e dotata di Costituzioni austere, impegnative e fortemente ascetiche. Gli Alcantarini presero possesso della Casa di Santa Lucia al Monte di Napoli e si estesero in tutto il Regno, fino a Lecce, diffondendo anche la devozione a San Pasquale, altro santo spagnolo. In Campania essi, incorporando anche i riformati Barbanti, ebbero, inoltre, anche i conventi di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano, di San Giambattista di Atripalda, e di Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese. Questi Frati avviarono una esperienza religiosa all'interno della quale si formarono Santi come Giovanni Giuseppe della Croce, Maria Francesca delle Cinque Piaghe, e il Beato Egidio di San Giuseppe. Al tempo della nascita di padre Modestino (5 Settembre del 1802) e della sua entrata nella vita francescana (autunno del 1822), i Frati Alcantarini erano diffusi in più conventi del napoletano e del casertano, ed erano riusciti a scampare alle leggi punitive borboniche e alla soppressione napoleonica. Oggi tutti i Francescani di Terra di Lavoro, da Minturno a Teano, da Roccamonfina a Caserta, da Piedimonte Matese a Pietramelara, da Orta di Atella a Grumo Nevano, da Afragola a Somma Vesuviana, da Napoli a Torre, sono riuniti nella Provincia del SS. Cuore di Gesù, istituita nel 1942.


Ancora oggi, in questa nostra terra, la devozione pellegrina per Sant’Antonio, Dottore Evangelico, e miracoloso frate della prima ora, appare particolarmente rappresentativa sia delle ispirazioni di San Francesco d’Assisi e sia delle aspettative della preghiera dei fedeli e della festa religiosa popolare.

Fonti in: 
Archivio Storico Frattese
Archivio Storico Diocesano di Aversa
Archivio Parrocchiale di San Sossio
Archivio Rassegna Storica dei Comuni (Istituto di Studi Atellani)

lunedì 24 dicembre 2018

Presepio Francescano e memoria comunitaria

Chiesa e Convento francescano di Santa Caterina - Grumo N. 
1. I tratti antichi della storia del presepio si rinvengono nei primi secoli del cristianesimo, in molte testimonianze letterarie e archeologiche. Una testimonianza letteraria è quella di San Girolamo, il quale nel 404 scrisse alla discepola Eustochio che l'altra discepola Paola, visitando la Terra Santa ed entrando in Betlemme, aveva sostato allo Specum Salvatoris ove notò lo stabulum, una mangiatoia scavata nella roccia, ove Gesù era nato. Alcune testimonianze archeologiche rimandano al prototipo del presepio, ad una scena della Natività presentata e ricostruita con la presenza del bue e dell'asino, in aderenza simbolica alle parole del profeta Isaia: "Dice il Signore: Cielo e terra, fate attenzione a quel che sto per dirvi! Ho cresciuto dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Ogni bue riconosce il suo padrone e ogni asino chi gli dà da mangiare: Israele, mio popolo non comprende, non mi conosce come suo Signore." (Is 1, 2-3). 
Una delle sette Basiliche di Roma, Santa Maria Maggiore, fin dal VI secolo fu denominata Sancta Maria ad Praesepem, o ad Praesepe, che in effetti era un oratorio che riproduceva la grotta di Betlemme ed in esso veniva venerata anche una reliquia della culla del Bambino.
La tradizione popolare cattolica è solita fare riferimento alla notte di Natale del 1223, per indicare la data d'origine della diffusione della pratica del presepe. In effetti in quella notte San Francesco d'Assisi, nel monastero reatino di Greccio, volle rappresentare in modo vivo e sentito il mistero del Natale (FF - Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato di Miracoli); recuperando uno spirito di religiosità antica che già si esprimeva da parte delle plebi contadine del medioevo a contatto con la pietà e la cultura dei monasteri benedettini. Come per molte delle attività iniziate dal Padre Serafico, si ebbe quasi subito l'acquisizione popolare dell'iniziativa e la sua celebrazione nelle opere pittoriche o scultoree degli artisti più famosi (Giotto, Magister Conxolus, Botticelli, Gentile da Fabriano...); e in modo particolare, con episodi leggendari e rappresentazioni pittoresche barocche, nel presepe napoletano.
2. La motivazione principale della costruzione del presepio rimanda ad una riflessione di carattere teologico e devozionale: il presepio costruito per ricordare ed attualizzare l'esperienza interiore del Natale di Gesù Cristo era ed è un elemento amato e concreto della fede cristiana, una sua manifestazione schietta e semplice, capace di evidenziare con immediatezza il messaggio evangelico della Incarnazione del Figlio di Dio, nella naturalezza dell'antico mondo agro-pastorale, comprensibile anche ai più piccoli. Il presepe diviene espressione artistica visibile del Mistero della Nascita del Salvatore, e si pone come episodio coerente di quella Bibbia dei Poveri, e di quella storia sacra che veniva dai monaci e dagli artisti predisposta e dalle plebi incolte letta e contemplata nelle immagini, negli affreschi e nelle sculture delle Chiese e dei Monasteri. Una storia sacra significata soprattutto in quelle opere che come il presepe suscitavano una immediata comprensione popolare. A questa comprensione aveva fatto riferimento lo stesso San Francesco d'Assisi allestendo il presepe vivente di Greccio la notte di Natale del 1223, riconducendo nell'ambito della semplicità francescana la rappresentazione principale della benedettina Bibbia dei Poveri. 
3. D'altro canto non è mancato un certo riferimento francescano nella cultura religiosa locale, nell'immaginario collettivo della gente antica che ricorda l'importanza rivestita dalla comunità alcantarina del convento di Santa Caterina e di San Pasquale di Grumo Nevano, e ricorda quel luogo come una importante meta religiosa nella locale esperienza spirituale e natalizia. 
A quella comunità si era rivolto nel 1820, giovane postulante, il beato Modestino di Gesù e Maria per incamminarsi nei sentieri della vita e della santità francescana. Ebbene la leggenda popolare fornisce tanti episodi connessi al beato sulla scia dei Fioretti, e ricorda la collocazione della sua immagine sugli altarini familiari costruiti a mo' di presepi sui mobili alti delle camere antiche; si ritrova a raccontare le sue apparizioni per aiutare gli anziani ad illuminare le edicole votive agli angoli dei vicoli bui. 
Sicuramente appartenente all'humus storico-culturale del paese antico l'esperienza del beato Modestino non è isolata dal contesto locale: la sua devozione animatrice della sua grande vocazione religiosa fu orientata alla Madre del Buon Consiglio, allo stesso titolo della Madonna che all'inizio dell'800, a partire dalla religiosità alfonsiana e dalle iniziative dei vescovi di casa Lupoli, venne fortemente onorato nella Fratta del tempo, nella chiesa del Ritiro e nella iconografia presente nelle chiese di San Sossio e di Sant'Antonio, e nelle edicole votive dei palazzi e dei vicoli. E in tanta religiosità grande era la dimensione della devozione del Natale. 

Giotto: Il presepe di Greccio - Assisi
Dalle Fonti Francescane (FF):
Fra Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato dei Miracoli (capitolo XXX: Del presepio preparato la notte del Natale), Ediz. La Porziuncola, S. Maria degli Angeli - Assisi 1982, Traduzione di Fausta Casolini, pp. 90-93.

"La sua maggior cura (di S.Francesco), il suo più vivo desiderio, il suo supremo proposito era di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo, e perfettamente, con ogni vigilanza e premura, con tutto il desiderio della mente e tutto il fervore del cuore seguire gli insegnamenti e imitare gli esempi del Signor nostro Gesù Cristo. Continuamente ricordava e meditava le parole di Lui, e con acutissima considerazione ne teneva davanti agli occhi le opere. Specialmente l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. E' da ricordare a questo proposito e da celebrare con riverenza quanto fece, tre anni prima di morire, presso Greccio, il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo.
Viveva in quel territorio un tale di nome Giovanni di buona fama e di vita anche migliore, assai amato dal beato Francesco, perché, pur essendo di nobile del sangue, ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, circa quindici giorni prima del Natale, lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: "se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Vorrei raffigurare il Bambino nato in Bethlehem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre a un neonato; come fu adagiato in una greppia, e come tra il bove e l'asinello sul fieno si giaceva". Uditolo quell'uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo designato tutto ciò che il Santo aveva detto.
85. Giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza; sono convocati i frati da parecchi luoghi, e gli uomini e le donne della regione festanti portano, ognuno secondo che può, ceri e fiaccole per rischiarare la notte, che con il suo astro scintillante illuminò i giorni e gli anni tutti. Giunge infine il Santo di Dio, vede tutto preparato e ne gode; si dispone la greppia, si porta il fieno, son menati il bue e l'asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà, e Greccio si trasforma quasi in una nuova Bethlehem. La notte riluce come pieno giorno, notte deliziosa per gli uomini e per gli animali; le folle che accorrono si allietano di nuovo gaudio davanti al rinnovato mistero; la selva risuona di voci, e gli  inni di giubilo fanno eco le rupi. Cantano i frati le lodi del Signore, e tutta la notte trascorre in festa; il santo di Dio se ne sta davanti al presepio, pien di sospiri, compunto di pietà e pervaso di gioia ineffabile. Si celebra il solenne rito della Messa sul presepio, e il sacerdote gusta un'insolita consolazione. 
86. Il santo di Dio si veste da levita, perchè era diacono, e canta con voce sonora il santo Evangelo; quella voce robusta, dolce, limpida, canora invita tutti alla suprema ricompensa. Poi predica al popolo e dice dolcissime cose sulla natività del Re povero e sulla piccola città di Bethlehem. Spesso volte, pure, quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato d'immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlehem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlehem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato tutta la dolcezza di quella parola. Si moltiplicano là i doni dell'Onnipotente, e un uomo assai virtuoso vi ha una mirabil visione. Vedeva nel presepio giacere un bambinello senza vita; e accostarglisi il Santo e svegliarlo da quella specie di sonno profondo. Ma tal visione era in disaccordo con la realtà; giacché il Bambino Gesù nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva  risuscitato dal santo servo suo Francesco, il suo ricordo profondamente impresso nella loro memoria. Terminata finalmente la veglia solenne, ognuno se ne tornò a casa con gioia. 
87. Il fieno posto nella mangiatoia fu conservato, affinché‚ per esso il Signore guarisse i giumenti e gli altri animali moltiplicando la misericordia. E veramente è avvenuto che parecchi animali colpiti da varie malattie, nella regione circostante, dopo aver mangiato un po' di quel fieno, furono sanati. Anzi anche alcune donne in lungo e difficile parto, postosi indosso un poco del detto fieno, felicemente han partorito, e molti uomini e donne con tal mezzo sono scampati da vari mali. Ora quel luogo è stato consacrato al Signore, e vi è stato costruito un altare in onore di san Francesco e dedicatagli una chiesa, affinché‚ laddove gli animali un tempo mangiarono il fieno, ivi ora gli uomini possano, per la salute dell'anima e del corpo, mangiare le carni dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo Signore nostro, il quale con infinito indicibile amore diede se stesso per noi; ed ora col Padre e con lo Spirito santo vive e regna, Dio eternamente glorioso, nei secoli dei secoli.
Amen, Alleluia, Alleluia”.

venerdì 24 luglio 2015

La memoria del beato Modestino di Gesù e Maria

Caldara - XIX sec. 
Quadro di p. Modestino di Gesù e Maria
A 20 anni dalla beatificazione. Grazie ai numerosi contributi della ricerca agiografica e della varia narrazione della sua vita, si può avere un buon quadro della figura di padre Modestino di Gesù e Maria, francescano frattese vissuto nella prima metà del XIX secolo. Negli anni precedenti e nel periodo della beatificazione si era già consolidata una cospicua produzione letteraria, ed oggi navigando per la rete informatica si possono incontrare portali interessanti e leggere pagine che consentono l'approfondimento ulteriore della conoscenza e della celebrazione del beato. Ci si può imbattere in un portale interamente dedicato della Pro Loco del paese natio, in una scheda su Santi e Beati e su Wikipedia con i principali riferimenti iconografici e bibliografici, in una pagina dedicata sul social-network fb, in Atti di Convegni ed articoli e saggi pubblicati dall'Istituto di Studi Atellani e sulla Rassegna Storica dei Comuni, in tanti altri e spontanei contributi che fanno riferimento alle storie del francescanesimo in Campania. In questi luoghi letterari recenti qualche significativo contributo di ricerca e di narrazione è umilmente dato anche dal sottoscritto.
Ripropongo per Via Francescana qualche tratto della figura del beato Modestino, per condividerlo in occasione della memoria liturgica del 24 luglio, ed in vista del grande evento di religiosità e di devozione che si legherà ad ottobre prossimo con la Translatio del corpo del Beato Modestino dalla Chiesa di Santa Maria della Sanità di Napoli alla Chiesa di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano.

La leggenda popolare. In giro per la città natale, Frattamaggiore, nei luoghi che lo hanno visto presente in vita, dopo la sua morte e dopo l'avvio a Roma, alla fine dell'800, del lungo processo di beatificazione, di Padre Modestino di Gesù e Maria era rimasto il ricordo popolare, la leggenda umile che si trasmetteva dal nonno al nipote nel racconto fantastico. Si narra, egli era apparso al vecchietto alle prese con un cero da accendere dinanzi all'edicola della Madonna, all'angolo della via del quartiere paesano. L'edicola era posta troppo in alto e il monaco francescano, nel quale il vecchietto riconobbe poi con meraviglia il Beato, si offrì egli di porgere l'omaggio all'effige; e si sollevò levitando fino a raggiungerne l'altezza. "Questo monaco è miracoloso" raccontava il nonno ad un amico mio, mostrandogli il quadretto del Beato compunto davanti al crocifisso al riflesso della teca della Madonna del Buon Consiglio e con l'indice tra le pagine del Salterio.
Di altri incontri incoraggianti e di apparizioni miracolose, di aiuti alla vita nascente e di consolazioni nelle afflizioni, si narra ancora di questo frate, al quale la devozione tributava sicuri onori. Oggi molti ricordano i luoghi dell'infanzia e la casa dei nonni, ritornando al tempo in cui non esistevano le moderne periferie; e ricordano gli unici grandi vani domestici, le suppellettili frammischiate ai letti altissimi e ai mobili ingombranti; e l'altarino casalingo e il comodino con su di essi, tra il lume e il ricordo dei cari e dei santi, il quadretto di Padre Modestino.
Oggi si cerca anche di riscoprire il sito della casa natale, rifusa nell'antico reticolo paesano e che, in forza di un vecchio documento parrocchiale, si può individuare in un luogo della via sorta in epoca aragonese a ridosso della Chiazza 'o Vicario: Via dei Sambuci, o dei Samuci nelle prime menzioni, che attualmente corrisponde a Via Riscatto; una via ricca di storia, di leggende e di edicole votive. Oggi, a qualche anno dalla beatificazione, il processo ufficiale e la letteratura storica hanno recuperato del Beato ormai gli aspetti essenziali della sua vicenda terrena e della sua santità, e si è avviata la ricerca della casistica che configura la sua leggenda popolare e i suoi Fioretti; sulla scia della più genuina tradizione francescana e della relativa aura spirituale ed edificante che non è mai mancata per Padre Modestino nella devozione popolare.
Egli è stato solennemente beatificato il 29 gennaio del 1995 in Piazza San Pietro dal papa beato Giovanni Paolo II, ed è stata splendida festa di Chiesa e di popolo, prima e dopo questa data. L'impegno della Diocesi, la Missione francescana, lo spirito assisano, il fervore delle iniziative, i gruppi sorti, sono divenuti realtà continua, riferimenti culturali e devozionali di forte espressione.
La bibliografia sul Beato ed il prodotto pubblicistico sono diventati abbondanti e qualificanti. Molti autori si sono cimentati nella ricerca e nella ufficializzazione delle loro considerazioni. Celebrazioni e solennità si sono susseguite con enfasi ed umiltà, coinvolgendo le strutture religiose e quelle civili. Il Beato Padre Modestino di Gesù e Maria fa ormai parte del patrimonio locale ed è divenuto un modello irrinunciabile.

Reliquie di padre Modestino
Modello locale della santità francescana. Padre Modestino è entrato nella spiritualità del popolo, rinnovandone aspetti antiquati ed inserendovi fermenti nuovi. Il suo nome viene celebrato, a partire dal 1995, ogni anno al 24 di Luglio, anniversario della sua dipartita terrena e dies natalis nella Comunione dei Santi.
La via francescana alla santità passa anche per la nostra terra, e ne è cosciente l'intera Diocesi di Aversa, la quale celebra in Padre Modestino di Gesù e Maria il primo Beato locale.
La santità non è mai una esperienza isolata: il santo è molte volte l'interprete e l'eroe che dà senso agli sforzi e alle esperienze di molti, in un rapporto di valorizzazione reciproca, nella sperimentazione del sacro e nella testimonianza della presenza di Dio tra gli uomini.
Nello specifico della storia frattese il francescanesimo ha ricevuto molte e notevoli testimonianze: padre Domenico, guardiano cappuccino predicatore e quaresimalista, vissuto tra il XVI e il XVII secolo; padre Pietro, che nel 1738 fu Custode della Provincia Riformata; padre Angelo, che nel 1769 fu Visitatore Generale della Provincia di San Bernardino e degli Abruzzi; padre Giuseppe, altro cappuccino predicatore e quaresimalista morto nel 1782; il venerabile frate Michelangelo di San Francesco (1740-1800), che fu laico professo in odore di santità; padre Angelo (1772-1839), che fu Ministro Provinciale; padre Giuseppe Arcangelo (1775-1846), che fu Ministro Provinciale; padre Giovanni Russo (1831-1924), che fu missionario per 56 anni in Albania; padre Modestino Del Prete (1884-1942); il servo di Dio padre Sossio Del Prete (1885-1952), che fu fondatore delle Piccole Ancelle di Cristo Re; padre Giuseppe Maria De Francesco, agiografo scrittore e bibliotecario; padre Serafino Pezzullo; frate Benigno Vergara...
Fin dall’infanzia il percorso spirituale del beato Modestino di Gesù e Maria si è svolto nel segno tipico della devozione popolare della sua comunità paesana.
La chiesa frattese dell’inizio dell’ 800 ha vissuto importanti esperienze di fede e di storia. Nel Maggio del 1807 furono solennemente traslate nel tempio cittadino le spoglie del martire San Sossio e dell’abate San Severino. La presenza delle reliquie di San Sossio in Frattamaggiore significò il ricongiungimento fisico della città, fondata dai profughi di Miseno nel IX secolo, con il suo santo patrono, il quale della stessa Miseno era stato diacono nel IV secolo.
Il beato padre Modestino, al secolo Domenico Nicola Mazzarella figlio di artigiani funai, aveva circa 5 anni quando vide la via principale riempirsi delle torme festanti, delle processioni popolari, del clero numeroso, del clamore devoto suscitato dalla novità del santo che ritornava alla sua gente.
Giovanissimo, egli visse le auree mistiche della preghiera contemplativa e partecipò alle celebrazioni liturgiche che si svolgevano nel tempio sansossiano. Volle poi, con animo popolare, fare sua la devozione alla Madonna del Buon Consiglio, che in Frattamaggiore era stata istituita dai Prelati di casa Lupoli con un altare nella chiesa dell’Annunziata e con una chiesa gentilizia posta accanto all’Istituto Ritiro retto con la Regola di sant’Alfonso.
L’animo contemplativo e l’animo popolare fecero di lui un vero uomo del sacro e della santità, vicino a Dio del quale divenne umile strumento nella preghiera e nella guida religiosa, e vicino alla gente che aiutò e servì con spirito paterno e nella carità.
Le lotte e le sofferenze sostenute per la sua vocazione furono immani; e santamente egli affrontò l’arduo percorso formativo, totalmente affidato alla Provvidenza di Dio, che lo vide studiare prima nel seminario diocesano, in un clima a lui avverso e pieno di pregiudizi, e poi operare nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana.
Fu poi il suo un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano, che lo portò a riproporre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa.
La beatificazione di Padre Modestino di Gesù e Maria, avvenuta nel 1995, ci dona l’icona di un santo sperimentato che, alla fine della sua esistenza, si volle immolare con la preghiera e con la sofferenza personale per la salvezza del popolo napoletano dall’epidemia colerica del 1854.
E’ il riferimento ai canoni della santità universale, quelli che la Chiesa riconosce riconoscendo il segno di Cristo nei suoi santi, che ha portato agli altari il beato Modestino: un sacerdote vissuto nell’ordine di san Francesco d’Assisi e che ha rappresentato il volto santo e popolare della Chiesa nella Napoli della metà del XIX secolo e che fa ancora sperimentare la sua intercessione presso Dio.
Padre Modestino pervenne alla scelta francescana perché la intravide come manifestazione di una vocazione sorta nella povertà e nel servizio di Dio fin dalla fanciullezza.
Modestino di Gesù e Maria: Domenico Nicola Mazzarella scelse questo nome al noviziato francescano di Piedimonte Matese nel 1822 per esprimere l’umiltà e la semplicità della sua persona, per onorare il nome e la memoria di un francescano suo padre spirituale, per esprimere la sua dedizione al Maestro e alla sua Madre Santa, nello spirito del recupero del contesto comunitario che stava all’origine della sua vocazione religiosa.
Il suo motto, apposto su tutte le sue lettere e ricordato in ogni saluto e circostanza di dialogo, recitava con qualche variante introduttiva:
Lodiamo sempre insieme col Figlio la dolce Madre del Buon Consiglio.
Con l’immagine della Madonna del Buon Consiglio, portata in una teca insieme con il crocifisso, egli si recava in ogni casa ed operava ogni benedizione. In questo modo egli portò sempre con sé quella immagine mariana a cui aveva rivolto fin da giovane, nel suo paese, la sua devozione.

Lapide commemorativa nella Basilica Pontificia di San Sossio - Frattamaggiore

Cenni biografici. Ultimo di sei figli del funaio Nicola e della casalinga tessitrice di canapa Teresa Esposito, nacque il 5 settembre 1802 e al fonte battesimale di San Sossio gli fu imposto il nome di Domenico Nicola. Aveva circa 5 anni quando vide la via principale del paese riempirsi delle torme festanti e del clamore suscitato dalla traslazione dei Santi Sossio e Severino dal monastero napoletano alla chiesa patronale frattese. Fu talmente impressionato da quell’evento che iniziò subito a manifestare e a vivere il suo attaccamento per le cose della Chiesa. Partecipò con entusiasmo alla scuola parrocchiale e visitò quotidianamente l’effigie della Madonna del Buon Consiglio. Durante una celebrazione fu notato dal vescovo di Aversa Mons. Agostino Tommasi, in visita alla chiesa frattese, il quale gli propose di entrare in seminario accogliendolo gratuitamente ed impiegandolo come inserviente del Capitolo della Cattedrale. Aveva 16 anni.
Svolse i suoi studi in Seminario con umiltà e zelo, ma contro di lui si andò formando un clima contrastato e pieno di pregiudizi a causa dell’incomprensione di superiori e di seminaristi che continuamente lo emarginavano considerandolo un favorito del vescovo.
Morto il vescovo Tommasi nel 1821, povero di mezzi per continuare a studiare in collegio, egli si ritrovò nel vivere religioso del proprio paese con un impegno personale eccezionale, che aveva del meraviglioso agli occhi della gente. Fu allora che sperimentò la devozione che aveva al centro l'amore per l'effigie della Madonna del Buon Consiglio. Nel 1822 frequentò il convento francescano alcantarino di Grumo Nevano intitolato a Santa Caterina e a San Pasquale. In quel luogo egli sperimentò la guida spirituale di frate Modestino di Gesù e Maria da Ischia, il quale lo avviò alla conoscenza delle glorie francescane. Il giovane maturò così la scelta francescanae, ormai ventenne, fu ammesso al convento di Santa Lucia del Monte con l'interessamento di Carlo Rossi, gentiluomo dell'epoca.

Effige frattese della
Madonna del Buon Consiglio
Il 3 Novembre del 1822 egli iniziò il noviziato di un anno a Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese, vestendo l'abito alcantarino e prendendo il nome di Modestino di Gesù e Maria, in onore del suo maestro grumese morto pochi mesi prima e prefigurando i caratteri principali della sua personalità religiosa: testimone di Cristo con l'aiuto di Maria.
Il sacerdozio fu una tappa naturale, dopo aver vissuto con impegno gli ordini minori e il diaconato, e gli fu quasi imposto dal Ministro Generale dell'Ordine, Giovanni da Capistrano, che all'epoca si trovava a Grumo Nevano ed ebbe occasione di conoscerlo. Dopo gli studi di teologia egli fu consacrato il 22 Dicembre del 1827 nella Cattedrale di Aversa dal Vescovo Francesco Saverio Durini; quasi a sottolineare un felice connubio che ancora oggi è giusto rimarcare, tra l'esperienza religiosa parrocchiale-diocesana e quella conventuale, nella formazione della personalità del giovane Modestino.
Si avviò, così, a vivere nella rigida diaspora francescana dei conventi alcantarini dell’area campana. In qualità di frate francescano sacerdote egli operò soprattutto a Napoli, girando per vari Conventi, come quelli di San Francesco e San Pasquale di Marcianise, quello di Portici, per missioni e prediche. Fu Guardiano a San Pasquale di Pignataro e a Mirabella Eclano.
Il suo fu un cammino originale, di guida sacerdotale e monastica, di confessore e predicatore, percorso nella spiritualità e nelle grandi esperienze epocali della prima metà dell’800 napoletano; un cammino che lo portò a riproporre sempre il binomio mistico e popolare della sua religiosità e del suo insegnamento nei rapporti con la gente, con i poveri e con i nobili ricchi, con le gerarchie, con i regnanti e con il papa Pio IX di cui era personale confidente.

Godendo della fiducia del Re di Napoli Ferdinando II che lo ebbe spesso a corte, padre Modestino fu nominato nel 1853 elemosiniere della principessa Gianuaria per beneficare i poveri del regno. Lavorò fino allo stremo per aiutare i napoletani del quartiere della Sanità durante il colera del 1854, contraendo egli stesso il male e morendo in concetto di santità, dopo aver fatto oblazione spirituale della sua vita per il risanamento di Napoli dal morbo.

Virtù e fama. La sua fu una testimonianza squisitamente religiosa, e in questa prospettiva egli dava segni di santità e di impegno sincero, a beneficio di tutti senza esclusione di alcuno.
La vita di padre Modestino è ricca di episodi, di avvenimenti, di fatti miracolosi che vengono raccontati nelle varie storie della sua vita e negli atti del processo di beatificazione. In quei vicoli di Napoli stretti, negli angusti bassi privi di luce e d’aria ove i miseri perivano senza alcuna possibilità di aiuto, Padre Modestino era stato sempre presente, recando l’assistenza che poteva, esortando alla carità, esponendosi ai gravi pericoli di contagio.
Alla notizia della sua morte, avvenuta il 24 Luglio del 1854, accorse il popolo numeroso che, incredulo e speranzoso in un errore, cercava piangente il suo ultimo contatto e devotamente custodiva le immaginette della Madre del Buon Consiglio che egli distribuiva. Per la calca fu necessario l’intervento della forza pubblica e per avere una sua reliquia qualcuno aveva tentato di smantellare anche il suo confessionile.

Santa Caterina - Grumo Nevano
Sepoltura e culto. La sua tomba, precedentemente situata nelle Catacombe di San Gaudioso fino al 1901, fu poi posta nella Cappella accanto all’atrio delle stesse catacombe nella Chiesa di Santa Maria alla Sanità di Napoli. Da questa sede
partirà la translatio del corpo del Beato verso il luogo definitivo dell'Altare dedicatogli dai Francescani nella Chiesa di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano. La comunità ecclesiale della sua città natia, Frattamaggiore, che ha già dedicato una Cappella al Beato nella Basilica di San Sossio, e ove si venera l'effige antica della Madonna del Buon Consiglio a lui cara, vivrà momenti importanti di vicinanza e di venerazione delle reliquie in transito di Padre Modestino.