domenica 9 giugno 2019

Un antico cammino francescano in onore di Sant’Antonio


Nell’area atellana della Diocesi di Aversa (“in Atellano” secondo la dicitura della Ratio Decimarum del XIV secolo), tra Grumo, Fratta, Cardito, Caivano ed Orta, si individuano le tracce di un antico e devoto pellegrinaggio svolto verso i luoghi dedicati a Sant’Antonio da Padova.
Il cammino si è originato nella seconda metà del ‘500; e dal ‘600 si è geograficamente esteso anche ad Afragola, situata nella Diocesi di Napoli, divenuta con il Santuario di Sant’Antonio la meta principale dell’antico pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio si svolgeva soprattutto in primavera, nelle feste pasquali, e nei tempi legati alle celebrazioni rurali e alle ‘scampagnate’. La meta originaria fu rappresentata dal Convento dei Frati Cappuccini sorto a Caivano nel 1586.

La riforma dei Cappuccini sorta nel seno del movimentato francescanesimo della prima metà del ‘500, mosso tra la ‘osservanza’ antica del modello del Padre serafico Francesco e la vita ‘conventuale’, retaggio organizzativo dei francescani, fu caparbiamente motivata da frati come Matteo da Bascio e Ludovico da Fossombrone; i quali vissero la loro esperienza nell’area marchigiana, legandola alla itineranza antica, al servizio agli appestati, e alla influenza eremitica dei Camaldolesi.
Esperienza eremitica ed attività urbana si intrecciarono poi necessariamente nella Roma della fine del ‘500, ove i Cappuccini erano giunti grazie alla protezione di Caterina Cibo, Duchessa di Camerino nipote del papa Clemente VII, e ove la loro riforma ormai avviata trovò una sede privilegiata e riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa. In quell’ambito emersero figure di cappuccini di grande capacità organizzativa come Francesco da Jesi e figure di santa semplicità come frate Felice da Cantalice, santo, che per oltre 40 anni fece la ‘cerca’ per le vie di Roma a nome dei suoi confratelli.
La mitica e santa origine storica dei Cappuccini, che permise la loro diffusione in tutta la cristianità dopo circa un quarantennio di impedimenti anche ufficiali alla loro espansione fuori delle terre d’Italia, fu accompagnata dall’ammirazione e dall’impegno di nobili e di popolani; i quali protessero e sostennero il francescanesimo cappuccino con aiuti ed ospitalità concreti.
Portatori tra la gente e testimoni di un rinnovato spirito di preghiera, di penitenza e di missione, vissuto nelle loro chiese conventuali, volutamente e poveramente costruite fuori dei borghi e delle città come ritiri di frati e mete di pellegrini, i frati con il cappuccio e con la barba e le loro dimore divennero così un punto di riferimento importante nel panorama della religiosità cattolica post-tridentina.

Questi originari tratti storici furono gli stessi che motivarono la presenza dei Cappuccini a Caivano nel corso del ‘500 e che portarono alla fondazione del locale convento extra urbano (1586). Prima di quella fondazione i cappuccini predicatori di transito trovarono un’accoglienza particolare, legata alla ospitalità offerta loro devotamente da Scipione Miccio, che fu promotore della costruzione del loro convento in Caivano.
Sicuramente l’opera dei frati nel paese dovette essere ricca di frutti spirituali anche per la popolazione che decise ed operò per il loro stanziamento stabile nel luogo periferico di Caivano che si incontrava con il territorio di Cardito e di Crispano.
Favorita dal Comune di Aversa qualche decennio prima (1545) nel territorio diocesano già si era insediata nella periferia verso Giugliano una comunità di frati cappuccini, che aveva edificato un conventino attiguo alla chiesa dedicata a Santa Giuliana.
L’espansione dei cappuccini sul territorio diocesano fu ben vista anche dal francescano papa Sisto V, il quale ad un anno dalla fondazione del convento di Caivano autorizzò nel 1587 con un suo breve la ricostruzione e l’ingrandimento di quello già esistente nel territorio di Aversa.
Il convento di Caivano fu costruito accanto ad una chiesetta già esistente, dedicata allo Spirito Santo, ricostruita e rimaneggiata per l’occasione dai frati.
Un interessante documento, ricavato dall’archivio parrocchiale di San Sossio in Frattamaggiore, ci rimanda l’importante collocazione del convento cappuccino caivanese assunta nei suoi primi anni di vita nel panorama devozionale del territorio.
Le genti e i fedeli di quel tempo, infatti, lo predilessero subito come una delle mete fondamentali del pellegrinaggio locale:

+ EODEM DIE (XXI d’aprile 1596 domenica d’alba) ET AD FUTURAM REI MEMORIAM
Nota come hoggi predetto dì 21 d’Aprile 1596, domenica d’alba fecimo una processione Sollenda con tutti li misterii della passione di Cristo, e con tutti li misterii della concettione Santissima, e con la charità; et andaimo a Santa Eufemia, e depoi al casale di Cardito, et appresso alla chiesa delli Scappuccini di Caivano, e depoi al casale di Fratta piccola, e depoi ce ne ritornaimo con un bellissimo tempo, senza romore, ma tutti allegramente et quanti; e se vedero tutti li uomini di Fratta magiore, e tutte le donne cite, et maritate et vidue, che fo una vista bellissima; e la processione andò bene ordinata videlicet con tutti li misterii andavano prima, e depoi quaranta homini a dui a dui con le intorgie; et depoi lo crucifisso di Santa Maria della Gratia con li giovani vestiti e depoi lo crucifisso del Rosario con tutti li confrati vestiti, et depoi la ...

Probabilmente per quell’antica processione di frattesi, svoltasi nella Domenica di Pasqua del 1596 tra i casali circostanti, il convento degli Scappuccini di Caivano dovette rappresentare la meta principale, sia per la distanza e sia per le iniziative devozionali e popolari che ivi si realizzavano. A questo proposito risulta utile la descrizione data da Gaetano Parente delle attività che proprio nella Domenica di Pasqua si realizzavano fin dall’antichità intorno all’altro convento cappuccino della Diocesi:

In questo luogo, ch’è sito nel limite giurisdizionale di un territorio tra Aversa e Giugliano, fin dagli antichi tempi costumavano celebrare, i frati, una grande festa nel dì di Pasqua. Innanzi al sagrato della chiesa rizzavan di molte baracche, venditori d’ogni sorta mandorlato o seccumi, accorrendovi in folla compratori e divoti; così che l’improvvisa fiera o mercato addiveniva, in quel giorno, occasione di commercio, di spassi, di perdonanze…

Dai documenti ecclesiastici si conosce l’affermarsi ed il consolidarsi della devozione a Sant’Antonio presso il convento di Caivano nel corso del ‘600, e l’istituzione nel 1661 della festa come santo titolare.
Il ‘600 fu il secolo durante il quale il pellegrinaggio locale si arricchì di nuovi mete e luoghi dedicati alla devozione francescana e in particolare sant’Antonio: il convento dei frati di Grumo Nevano, la chiesa dell’Annunziata e Sant’Antonio di Fratta, il convento dei frati di Afragola, gli altari e le edicole innumerevoli nelle vie del territorio e nelle altre chiese di Fratta (Sant’Ingenuino e Sant’Antonio), Carditello (San Giuseppe e Santa Eufemia), ed Afragola (San Marco in Silvis ove esiste una effigie cinquecentesca di Sant’Antonio).


Il cammino antico si sviluppò con la devozione del popolo e con l’impegno di ragguardevoli e nobili signori. Al circuito cinquecentesco originario si aggiunse il ramo che congiungeva Grumo con Fratta e Cardito ed il ramo che congiungeva Fratta e Carditello con Afragola.

La storia del convento francescano di Grumo iniziò nel 1589 grazie alla devozione di Carlo Loffredo, signore di Cardito e Monteforte, che donò ai frati la terra grumese ereditata dalla moglie Vittoria Brancaccio. L’andirivieni della carrozza del signore tra Cardito e Grumo aveva una sosta devota ed esemplare nel luogo dell’Arco a Fratta ove esisteva una edicola della Madonna Annunziata posta sul residuo medievale dell’acquedotto atellano.

Nella prima metà del '600 l'edicola fu dedicata anche a Sant'Antonio da Padova. La chiesa dell’Annunziata e Sant’Antonio fu edificata intorno al 1630, epoca del Riscatto. L'opposizione all'erezione della chiesa e le altre vessazioni del Patriarca De Sangro, compratore feudale del Casale di Frattamaggiore, furono la causa che fece scatenare il movimento popolare che portò alla 'ricompra' del paese. 

In questo movimento si accrebbe la devozione al Santo di Padova, e i voti popolari che a Lui si rivolgevano per il buon fine della questione si intrecciarono fortemente con le vicende del Riscatto, fino al punto di considerare emblematica la stessa costruzione della chiesa (de Capassi, Canto V, Ott. 64). Non a caso la piazza dove la chiesa si eresse fu chiamata Largo Riscatto.

Dalla descrizione della primitiva chiesa operata dallo storico locale Florindo Ferro si apprende che essa era stata costruita al posto dell'arco antico sormontato da una "rozza croce di ferro" e contenente una edicola con l'immagine della SS. Annunziata alla quale era stata aggiunto il segno devozionale di Sant'Antonio. 

La dedicazione della nuova chiesa anche a Sant’Antonio fu motivata evidentemente per il suo ritrovarsi sul percorso del pellegrinaggio francescano locale (Grumo-Fratta-Carditello-Afragola). Questo percorso congiungeva la meta del Convento di San Pasquale e Santa Caterina di Grumo con quella del Convento dedicato al Santo di Padova fondato nel 1633 dai frati francescani riformati ad Afragola. Il percorso attraversava il Casale di Fratta toccando il sito dell'edicola dell'Arco e il sito della chiesa campestre di Santa Giuliana; raggiungeva per i sentieri di campagna il Santuario di Afragola dopo la sosta devozionale presso la chiesa di Sant'Eufemia di Carditello e costeggiando l’Arcopinto sull’antico sentiero dell’acquedotto.
In Frattamaggiore un segno importante della devozione e del percorso antoniano risalente al ‘600 si ritrova anche nella chiesetta gentilizia dei Conti Genoino dedicata a Sant’Ingenuino e a Sant’Antonio. In particolare la statua del santo francescano in essa custodita è oggetto privilegiato della devozione popolare del paese, richiamandosi sicuramente alle vicende del Riscatto (1630). 
Vicende che sono notevolmente significate nella cappella anche dalla presenza della tomba di Giulio Giangrande, vecchio eroe del tempo che si rifiutò di pagare le tasse baronali imposte ai portatori di bastone e che, con il suo gesto, diede il via alla riscossa popolare.

A questo antico circuito devozionale si legano alcuni tratti particolari del francescanesimo locale, fortemente caratterizzato dalla popolarità di Sant’Antonio da Padova e San Pasquale Baylon, e dalla diffusa religiosità animata da numerose figure di beati e venerabili (ad es. Beato Modestino di Gesù e Maria).

Il francescanesimo in Campania fu portato verso il 1215 da frate Agostino d'Assisi, discepolo di san Francesco, e da allora fu avviata la “Provincia Terrae Laboris” che abbracciava gran parte del Regno di Napoli. Nella Diocesi di Aversa si registrano presenze e segni francescani sicuramente datati al XIV secolo. Nel 1670 la Provincia francescana di Terra di Lavoro era divisa in Osservante e Riformata, e fra queste, favorita dal Viceré Don Pietro d'Aragona, si inserì anche la Custodia di San Pietro d'Alcantara, di provenienza spagnola e dotata di Costituzioni austere, impegnative e fortemente ascetiche. Gli Alcantarini presero possesso della Casa di Santa Lucia al Monte di Napoli e si estesero in tutto il Regno, fino a Lecce, diffondendo anche la devozione a San Pasquale, altro santo spagnolo. In Campania essi, incorporando anche i riformati Barbanti, ebbero, inoltre, anche i conventi di Santa Caterina e San Pasquale di Grumo Nevano, di San Giambattista di Atripalda, e di Santa Maria Occorrevole e San Pasquale di Piedimonte Matese. Questi Frati avviarono una esperienza religiosa all'interno della quale si formarono Santi come Giovanni Giuseppe della Croce, Maria Francesca delle Cinque Piaghe, e il Beato Egidio di San Giuseppe. Al tempo della nascita di padre Modestino (5 Settembre del 1802) e della sua entrata nella vita francescana (autunno del 1822), i Frati Alcantarini erano diffusi in più conventi del napoletano e del casertano, ed erano riusciti a scampare alle leggi punitive borboniche e alla soppressione napoleonica. Oggi tutti i Francescani di Terra di Lavoro, da Minturno a Teano, da Roccamonfina a Caserta, da Piedimonte Matese a Pietramelara, da Orta di Atella a Grumo Nevano, da Afragola a Somma Vesuviana, da Napoli a Torre, sono riuniti nella Provincia del SS. Cuore di Gesù, istituita nel 1942.


Ancora oggi, in questa nostra terra, la devozione pellegrina per Sant’Antonio, Dottore Evangelico, e miracoloso frate della prima ora, appare particolarmente rappresentativa sia delle ispirazioni di San Francesco d’Assisi e sia delle aspettative della preghiera dei fedeli e della festa religiosa popolare.

Fonti in: 
Archivio Storico Frattese
Archivio Storico Diocesano di Aversa
Archivio Parrocchiale di San Sossio
Archivio Rassegna Storica dei Comuni (Istituto di Studi Atellani)

lunedì 24 dicembre 2018

Presepio Francescano e memoria comunitaria

Chiesa e Convento francescano di Santa Caterina - Grumo N. 
1. I tratti antichi della storia del presepio si rinvengono nei primi secoli del cristianesimo, in molte testimonianze letterarie e archeologiche. Una testimonianza letteraria è quella di San Girolamo, il quale nel 404 scrisse alla discepola Eustochio che l'altra discepola Paola, visitando la Terra Santa ed entrando in Betlemme, aveva sostato allo Specum Salvatoris ove notò lo stabulum, una mangiatoia scavata nella roccia, ove Gesù era nato. Alcune testimonianze archeologiche rimandano al prototipo del presepio, ad una scena della Natività presentata e ricostruita con la presenza del bue e dell'asino, in aderenza simbolica alle parole del profeta Isaia: "Dice il Signore: Cielo e terra, fate attenzione a quel che sto per dirvi! Ho cresciuto dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Ogni bue riconosce il suo padrone e ogni asino chi gli dà da mangiare: Israele, mio popolo non comprende, non mi conosce come suo Signore." (Is 1, 2-3). 
Una delle sette Basiliche di Roma, Santa Maria Maggiore, fin dal VI secolo fu denominata Sancta Maria ad Praesepem, o ad Praesepe, che in effetti era un oratorio che riproduceva la grotta di Betlemme ed in esso veniva venerata anche una reliquia della culla del Bambino.
La tradizione popolare cattolica è solita fare riferimento alla notte di Natale del 1223, per indicare la data d'origine della diffusione della pratica del presepe. In effetti in quella notte San Francesco d'Assisi, nel monastero reatino di Greccio, volle rappresentare in modo vivo e sentito il mistero del Natale (FF - Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato di Miracoli); recuperando uno spirito di religiosità antica che già si esprimeva da parte delle plebi contadine del medioevo a contatto con la pietà e la cultura dei monasteri benedettini. Come per molte delle attività iniziate dal Padre Serafico, si ebbe quasi subito l'acquisizione popolare dell'iniziativa e la sua celebrazione nelle opere pittoriche o scultoree degli artisti più famosi (Giotto, Magister Conxolus, Botticelli, Gentile da Fabriano...); e in modo particolare, con episodi leggendari e rappresentazioni pittoresche barocche, nel presepe napoletano.
2. La motivazione principale della costruzione del presepio rimanda ad una riflessione di carattere teologico e devozionale: il presepio costruito per ricordare ed attualizzare l'esperienza interiore del Natale di Gesù Cristo era ed è un elemento amato e concreto della fede cristiana, una sua manifestazione schietta e semplice, capace di evidenziare con immediatezza il messaggio evangelico della Incarnazione del Figlio di Dio, nella naturalezza dell'antico mondo agro-pastorale, comprensibile anche ai più piccoli. Il presepe diviene espressione artistica visibile del Mistero della Nascita del Salvatore, e si pone come episodio coerente di quella Bibbia dei Poveri, e di quella storia sacra che veniva dai monaci e dagli artisti predisposta e dalle plebi incolte letta e contemplata nelle immagini, negli affreschi e nelle sculture delle Chiese e dei Monasteri. Una storia sacra significata soprattutto in quelle opere che come il presepe suscitavano una immediata comprensione popolare. A questa comprensione aveva fatto riferimento lo stesso San Francesco d'Assisi allestendo il presepe vivente di Greccio la notte di Natale del 1223, riconducendo nell'ambito della semplicità francescana la rappresentazione principale della benedettina Bibbia dei Poveri. 
3. D'altro canto non è mancato un certo riferimento francescano nella cultura religiosa locale, nell'immaginario collettivo della gente antica che ricorda l'importanza rivestita dalla comunità alcantarina del convento di Santa Caterina e di San Pasquale di Grumo Nevano, e ricorda quel luogo come una importante meta religiosa nella locale esperienza spirituale e natalizia. 
A quella comunità si era rivolto nel 1820, giovane postulante, il beato Modestino di Gesù e Maria per incamminarsi nei sentieri della vita e della santità francescana. Ebbene la leggenda popolare fornisce tanti episodi connessi al beato sulla scia dei Fioretti, e ricorda la collocazione della sua immagine sugli altarini familiari costruiti a mo' di presepi sui mobili alti delle camere antiche; si ritrova a raccontare le sue apparizioni per aiutare gli anziani ad illuminare le edicole votive agli angoli dei vicoli bui. 
Sicuramente appartenente all'humus storico-culturale del paese antico l'esperienza del beato Modestino non è isolata dal contesto locale: la sua devozione animatrice della sua grande vocazione religiosa fu orientata alla Madre del Buon Consiglio, allo stesso titolo della Madonna che all'inizio dell'800, a partire dalla religiosità alfonsiana e dalle iniziative dei vescovi di casa Lupoli, venne fortemente onorato nella Fratta del tempo, nella chiesa del Ritiro e nella iconografia presente nelle chiese di San Sossio e di Sant'Antonio, e nelle edicole votive dei palazzi e dei vicoli. E in tanta religiosità grande era la dimensione della devozione del Natale. 

Giotto: Il presepe di Greccio - Assisi
Dalle Fonti Francescane (FF):
Fra Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d'Assisi e Trattato dei Miracoli (capitolo XXX: Del presepio preparato la notte del Natale), Ediz. La Porziuncola, S. Maria degli Angeli - Assisi 1982, Traduzione di Fausta Casolini, pp. 90-93.

"La sua maggior cura (di S.Francesco), il suo più vivo desiderio, il suo supremo proposito era di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo, e perfettamente, con ogni vigilanza e premura, con tutto il desiderio della mente e tutto il fervore del cuore seguire gli insegnamenti e imitare gli esempi del Signor nostro Gesù Cristo. Continuamente ricordava e meditava le parole di Lui, e con acutissima considerazione ne teneva davanti agli occhi le opere. Specialmente l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. E' da ricordare a questo proposito e da celebrare con riverenza quanto fece, tre anni prima di morire, presso Greccio, il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo.
Viveva in quel territorio un tale di nome Giovanni di buona fama e di vita anche migliore, assai amato dal beato Francesco, perché, pur essendo di nobile del sangue, ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, circa quindici giorni prima del Natale, lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: "se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Vorrei raffigurare il Bambino nato in Bethlehem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre a un neonato; come fu adagiato in una greppia, e come tra il bove e l'asinello sul fieno si giaceva". Uditolo quell'uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo designato tutto ciò che il Santo aveva detto.
85. Giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza; sono convocati i frati da parecchi luoghi, e gli uomini e le donne della regione festanti portano, ognuno secondo che può, ceri e fiaccole per rischiarare la notte, che con il suo astro scintillante illuminò i giorni e gli anni tutti. Giunge infine il Santo di Dio, vede tutto preparato e ne gode; si dispone la greppia, si porta il fieno, son menati il bue e l'asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà, e Greccio si trasforma quasi in una nuova Bethlehem. La notte riluce come pieno giorno, notte deliziosa per gli uomini e per gli animali; le folle che accorrono si allietano di nuovo gaudio davanti al rinnovato mistero; la selva risuona di voci, e gli  inni di giubilo fanno eco le rupi. Cantano i frati le lodi del Signore, e tutta la notte trascorre in festa; il santo di Dio se ne sta davanti al presepio, pien di sospiri, compunto di pietà e pervaso di gioia ineffabile. Si celebra il solenne rito della Messa sul presepio, e il sacerdote gusta un'insolita consolazione. 
86. Il santo di Dio si veste da levita, perchè era diacono, e canta con voce sonora il santo Evangelo; quella voce robusta, dolce, limpida, canora invita tutti alla suprema ricompensa. Poi predica al popolo e dice dolcissime cose sulla natività del Re povero e sulla piccola città di Bethlehem. Spesso volte, pure, quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato d'immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlehem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlehem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato tutta la dolcezza di quella parola. Si moltiplicano là i doni dell'Onnipotente, e un uomo assai virtuoso vi ha una mirabil visione. Vedeva nel presepio giacere un bambinello senza vita; e accostarglisi il Santo e svegliarlo da quella specie di sonno profondo. Ma tal visione era in disaccordo con la realtà; giacché il Bambino Gesù nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva  risuscitato dal santo servo suo Francesco, il suo ricordo profondamente impresso nella loro memoria. Terminata finalmente la veglia solenne, ognuno se ne tornò a casa con gioia. 
87. Il fieno posto nella mangiatoia fu conservato, affinché‚ per esso il Signore guarisse i giumenti e gli altri animali moltiplicando la misericordia. E veramente è avvenuto che parecchi animali colpiti da varie malattie, nella regione circostante, dopo aver mangiato un po' di quel fieno, furono sanati. Anzi anche alcune donne in lungo e difficile parto, postosi indosso un poco del detto fieno, felicemente han partorito, e molti uomini e donne con tal mezzo sono scampati da vari mali. Ora quel luogo è stato consacrato al Signore, e vi è stato costruito un altare in onore di san Francesco e dedicatagli una chiesa, affinché‚ laddove gli animali un tempo mangiarono il fieno, ivi ora gli uomini possano, per la salute dell'anima e del corpo, mangiare le carni dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo Signore nostro, il quale con infinito indicibile amore diede se stesso per noi; ed ora col Padre e con lo Spirito santo vive e regna, Dio eternamente glorioso, nei secoli dei secoli.
Amen, Alleluia, Alleluia”.

venerdì 10 agosto 2018

Il glorioso San Rocco del Terzo Ordine del Padre San Francesco


Questo scritto è dedicato a San Rocco pellegrino per una lettura della sua vita e del suo culto nella prospettiva francescana. San Rocco, secondo le fonti ecclesiali, aderì giovanissimo al Terz’Ordine di San Francesco, ed il titolo che ho scelto lo si legge in un Leggendario Francescano del 1689. Si tratta quindi di una tradizione antichissima fondata su una Bolla papale (“Cum a nobis” del 1547 di papa Paolo III che fa riferimento a date ancora più antiche), che ha avuto riflessi anche sulle fonti agiografiche locali frattesi dell’800 (Vita di San Rocco scritta da Fra Giuseppe Arcangelo di Frattamaggiore nel 1837) e del '900 (Vita di San Rocco scritta da Nicola Capasso per Il Pellegrino a partire dal 1924). La chiesa dedicata al Santo in Frattamaggiore porta il segno francescano di San Rocco fin dalla sua fondazione, con la scelta dell’icona antica affrescata dal Vetri nella lunetta della facciata che ritrae il Santo con l’abito del frate sotto il mantello, e ancora recentemente con la collocazione della statua di San Francesco in alto sulla stessa facciata.


LE FONTI

Nel capitolo del LEGGENDARIO FRANCESCANO dedicato ai santi celebrati A di 16 Agosto, e in particolare nella Vita di San Rocco del Terz’Ordine Nostro si legge:

Il glorioso San Rocco del Terzo Ordine del Padre San Francesco, & Avvocato contro la peste, nacque in Mompolieri nella Provincia di Linguadoca della Francia, l’anno del Signore, 1285, suo Padre si chiamò Giovanni, e la Madre Libera persone illustri, Signori di detta Città, & altri luoghi […] Pervenuto all’anno duodecimo, o secondo altri più probabilmente dicono, al ventesimo rimase senza Padre, e Madre, onde distribuì tutti i denari, e l’avere dell’amplissimo patrimonio lasciatogli, a’ poveri, e necessitosi. Nè sodisfatto d’essersi spogliato de’ beni mobili, bramando staccarsi in tutto da qualsivoglia cosa terrena, e non potendo privarsi del dominio de’ feudi, determinò da quello dilungarsi. Raccomandò ad un suo Zio l’amministrazione della Città, e Terre, e di quanto a lui apparteneva di stabile, e vestitosi l’abito di Penitente del Terz’Ordine, del Nostro Padre San Francesco, con un bordone, & a piedi, come povero Penitente lasciò la Patria, i parenti, gl’amici, spreggiò tutti i fasti, e grandezze del secolo, dalla Francia si mise in pellegrinaggio per l’Italia. (p. 489)

Nella Vita di S. Rocco scritta nel 1837 dal frattese Frate Giuseppe Arcangelo si legge:

Avea Rocco in altissima stima, e venerazione la Città di Roma, come Capitale del Mondo Cattolico, e Sede del Romano Pontefice Capo della Chiesa, e ricca di tanti Santuarìi, e monumenti preziosi, ed ammirabili della nostra santa Religione; sicché il suo disegno nell’ abbandonare la Patria, ed imprendere un pellegrinaggio virtuoso, fu quello di portarsi a Roma per visitare i Luoghi Santi, per arricchire l’anima sua di que’ tanti Preziosi, e ricchi spirituali tesori di S. Indulgenze Plenarie, che da più Sommi Pontefici erano state concesse a tutti quelli, che avrebbero fatto tali visite colle dovute disposizioni. Deposti perciò gli abiti decenti del suo stato, vesti l’abito de’ Fratelli del terz’ Ordine de’ Penitenti istituito dal Serafico Padre S. Francesco; si compose in tutto da Pellegrino, e cosi mal’ in arnese, e senza un decente viatico, nascostamente, e da sconosciuto abbandona la Patria, i parenti, gli amici, e tutti, e verso l’Italia indirizza il suo cammino. Può immaginarsi ogniuno quanto difficoltoso, ed incomodo dovesse riuscire a Rocco un tal pellegrinaggio, e quale esercizio di virtù, di umiltà in particolare, di mortificazione, di pazienza costargli; in quel tempo specialmente, in cui in molte Città dell’ Italia, per le quali dovea necessariamente passare, dominava una fierissima Peste, che strage faceva; e la morte inesorabile con l’affilata sua falce a fasci meteva le vite. (p. 27)

Un eccezionale agiografo di San Rocco fu Mons. Nicola Capasso, prima parroco della chiesa frattese dedicata ala Santo e poi vescovo di Acerra. Egli si servì di molte fonti per la vita del Santo e dalle pagine di Il Pellegrino del 1924, giornale parrocchiale da lui diretto, leggiamo brani relativi a San Rocco terziario francescano:

Frequentò con assiduità le pubbliche scuole della città, alle quali il padre lo inviò per dargli un’istruzione corrispondente al suo stato. Montpellier a quel tempo (sec. XIV) aveva, come si è detto, scuole di medicina, di scienze e di lettere molto famose in Europa; e però da ogni parte accorreva una folla di giovani per completarvi gli studi [...] Il tempo che gli avanzava dalle scuole, lo spendeva sotto le volte gotiche della chiesa di San Firmino, ora a fare da guida e interprete ai pellegrini, ora a soccorrere i poverelli. Vi era allora a Montpellier, un convento di Francescani, dove si conservava una preziosa reliquia, una spina della santa corona. S. Rocco, stretta amicizia con quei buoni frati, si tratteneva spesso nel loro santuario, s’infervorava nel servizio di Dio con le loro conversazioni, e manifestava spesso il desiderio di seguire il Signore per una via più perfetta. I frati ammiravano le buone disposizioni del giovanetto, e lo ascrissero nel Terzo Ordine Francescano. Così San Rocco s’avanzava a passi di gigante nella via della perfezione.

Propongo ora di seguito una sintesi di testi da me scritti in varie occasioni per le celebrazioni di San Rocco a Frattamaggiore negli anni scorsi.

LA VITA

San Rocco è un santo del Medioevo, e la sua figura può essere compresa tra i contrasti di quell'epoca storica. Sulla sua storia personale non esistono cronache datate e resoconti precisi. Esistono degli  'ACTA'  antichi  anonimi, detti 'ACTA BELFORTIANI' o 'ACTA BREVIORA', trovati dai BOLLANDISTI tra i manoscritti del monastero dei Betlemiti presso Lovanio e ricostruiti con un manoscritto dei Padri Celestini di Parigi. Gli specialisti fanno risalire la stesura di questi 'ACTA' ai primi decenni del XV secolo. Con il racconto della vicenda principale in essi contenuti, gli ACTA BREVIORA sembrano rimandare ad avvenimenti verificatisi intorno  al 1350 e collegati con la epidemia di peste nera che per circa un decennio, funestò l'Italia e l'Europa.
Tutti gli autori successivi si rifecero agli 'ACTA' anonimi; e vi aggiunsero solo poche informazioni che riguardarono la vicenda terrena di San Rocco, inquadrata in una epoca determinata con date più o meno attentibili, e la vicenda gloriosa  del Santo, del quale si cercò di seguire la storia postuma e la diffusione delle sue reliquie nelle varie città d'Italia, di Francia e d'Europa.
 Le storie antiche della vita di San Rocco, gli 'ACTA BREVIORA' anonimi del XV secolo e la 'VITA S. ROCHI' di F. Diedo, posero in risalto la nobiltà dei natali e la miracolosità della nascita del Santo. Egli nacque da Giovanni, signore di Montpellier, e da Libera, donna  altrettanto nobile e devotissima. La nascita del santo, similmente a quella di Giovanni il Battista fu ritenuta miracolosa e segnata dalla volontà divina con una croce impressa sulla sua cute la quale fu interpretata come simbolo della sua consacrazione a Cristo.
 Egli fu educato alla bontà e alla pietà, e fu per lui modello di vita la santità di un altro nobile francese dell'epoca: Ludovico d'Angiò, giovanissimo Vescovo di Tolosa, il quale rinunciò al Regno di Napoli per la sequela di Cristo. Come questo santo principe che volle indossare l'abito della povertà francescana, lo stesso nobile Rocco, come si legge nella bolla “Cum a nobis” del 1547 di papa Paolo III, volle aderire all'ordine dei Frati di San Francesco d'Assisi, facendosi  Terziario.  

Rocco fu aduso al digiuno già in tenera età e, adolescente, praticò le  virtù e la penitenza cristiane. Il passaggio di tantissimi pellegrini per la sua città, posta sulla Via per Santiago di Compostela, colpì la sua giovane mentalità; e lo affascinò al punto che egli stesso si predisponeva al pellegrinaggio a Roma, in Terra Santa e verso gli altri luoghi della cristianità medievale, come  San Michele al Gargano e San Matteo a Salerno.
Ancora adolescente egli raccolse le ultime volontà del padre che gli propose di usare cristianamente i beni che riceveva. Dopo la morte della madre, avvenuta qualche anno dopo, Rocco rimase solo a gestire i suoi beni, che destinò alla consolazione dei poveri, delle vedove, degli orfani. Si ritrovò che aveva praticamente dispensato tutti i suoi beni. E non gli rimaneva  altro che il suo desiderio di andare pellegrino. E giovanissimo, con l’animo francescano, egli indossò l'abito del  viandante; prese il bacolo, mise il cappellaccio e il manto conghigliato, e si  avviò verso Roma. 

Dopo qualche tempo, lasciandosi alle spalle la Liguria, egli si incamminò per la Toscana, percorrendo la Cassia, attraverso Lucca e Siena. Giunse nello Stato Pontificio, ad Acquapendente, nel territorio  della città papale di Viterbo, a ridosso del lago di Bolsena; all'incrocio della strada per l'Umbria che partiva da Orvieto.
Lo avevano affascinato le colline e i paesaggi, le rocche e le badie che incontrava sul suo cammino; i monasteri e i rifugi di campagna che lo ospitavano.
Ad Acquapendente lo raggiunse la notizia che la peste si andava diffondendo in maniera durissima, colpendo i giovani più forti e mietendo vittime in ogni contrada. Allora egli chiese, mosso dalla carità di Dio, al responsabile dell'ospedale di quella cittadina, un certo Vincenzo, di poter servire volontario gli ammalati e i derelitti; e devotamente si mise a curare i malati, nel nome e nel segno di Cristo; ricevendone gratitudine e riconoscenza.
Le vicende dell'epidemia gli impedirono, per qualche tempo, di raggiungere Roma; ed egli, riscoprendosi poteri taumaturgici ed avvertendoli come volontà divina, si avviò verso i luoghi dove il morbo infieriva, cercando di portare sollievo e guarigioni. Si trovò così, il santo giovane, a percorrere la strada appenninica verso il Nord, dove raggiunse la città di Cesena; e li contribuì a liberarla dalla peste. 

Dopo qualche tempo egli fu a Roma, ospite  del  Cardinale  d'Angera. Anche a questo cardinale egli ebbe opportunità di mostrare i suoi poteri taumaturgici; liberandolo dal morbo con l'impressione di un segno di croce sulla fronte.
Riconoscente, ma anche infastidito dal segno che permaneva sulla sua fronte secondo quando dice la cronaca antica, il Cardinale ospitò il santo per qualche anno nel suo palazzo; e gli fece conoscere il Pontefice, il quale di sua mano lo benedisse e gli concesse l'indulgenza plenaria del pellegrino di San Pietro e di San Paolo. Alla morte del Cardinale, Rocco lasciò Roma, dopo  avervi vissuto per circa tre anni; e si avviò al Nord per la Flaminia, visitando Assisi e i luoghi francescani dell'Umbria. A Rimini egli si fermò ancora per qualche tempo, perché la peste continuava ad infierire; offrendo la sua opera e guarendo molti appestati. Percorrendo poi l'Emilia, egli attraversò città e campagne, dirigendosi verso Piacenza, Pavia e Milano. La cronaca antica, dopo Rimini, lo segnalò a Novara, altra città funestata dalla peste più grave. Rocco si recò poi a Piacenza, città ancora invasa dalla malattia; e là egli si prodigò nell'ospedale, nei lazzaretti e nelle case della gente, benedicendo e curando gli ammalati con il segno della croce e con interventi igienici.
Fu a Piacenza che Rocco ebbe il sentore dell'Angelo che gli preannunciava che la peste avrebbe colpito anche lui: le infezioni alla sua gamba si estesero in maniera dolorosa e lo privarono del sonno e lo costrinsero al gemito e al pianto. Di notte, così, egli abbandonò l'ospedale e si  recò  in una selva fuori della città.
La peste di Rocco, nel disegno divino, doveva avere valore di sofferenza offerta per la liberazione di tutti; ed in questa prospettiva Rocco si costruì un luogo appartato con le frasche ove miracolosamente sgorgò una fonte di acqua pura.

Nella stessa selva si trovavano la villa rurale e le proprietà del nobile Gottardo. Alla tavola di questo nobile, ogni tanto, un suo cane 'venatico' sottraeva del pane e lo portava al santo eremita Rocco. Questo comportamento dell'animale incuriosì Gottardo, che volle seguire il cane; e scoprì la capanna di san Rocco che ivi giaceva affetto dalla peste. Il rispetto e l'amicizia reciproca furono subito i sentimenti che emersero tra i due uomini. Gottardo vide nel comportamento del cane un segno divino, e volle aiutare il santo. Vicino a Rocco Gottardo si convinse ad abbracciare la povertà e ad andare elemosinando per Piacenza, dove era molto conosciuto, tra lo scherno generale. La peste si  riaccese  violenta in città, e Rocco fu costretto a lasciare il suo eremo per portare conforto e cura agli appestati. La sua presenza in città mitigò miracolosamente le brutte manifestazioni del male; e i piacentini riconoscenti vollero onorare Rocco nel bosco, condividendone la vita e ascoltandone l'insegnamento. Durante una notte, Gottardo ascoltò la voce dell'Angelo che annunziava a Rocco la fine della sua malattia; e riferì la cosa al Santo; il quale effettivamente guarì e, ringraziando il Signore, riprese la via del ritorno verso la Francia. Da Piacenza, Rocco, seguendo la via ripense del Po e del Ticino, si portò ad Angera; città di cui teneva il titolo il suo vecchio amico Cardinale, e la quale era dominio di un suo zio. In questa città, situata sulla riva del lago Maggiore, erano in corso scontri bellici; e Rocco, scambiato per nemico, fu imprigionato; e là rimase in cella per cinque anni, senza avere occasione di manifestare la sua nobile identità. Il malinteso fu risolto alla sua morte; quando segni di luce misteriosa nella cella testimoniavano la sua innocenza e la sua sofferenza accettata per amore di Dio. 

In fin di vita, Rocco chiese un sacerdote per confessarsi; e chiese alle guardie di non essere accudito per tre giorni. Una rivelazione dell'Angelo manifestò poi a Rocco che una sua preghiera sarebbe stata accolta e soddisfatta dallo stesso Signore. Ed egli chiese di essere patrono nella peste e di aiutare tutti quelli che, patendo  dei  pericoli di questo morbo, si fossero rivolti a Dio e al suo patrocinio. La notizia dei fenomeni miracolosi nella cella di Rocco si diffuse e giunse al signore della città; la madre del quale, dalla tavoletta d'oro con l'impressione del nome del Santo miracolosamente ritrovata sotto la  sua testa e dal segno della croce impresso sul petto, riconobbe nel santo pellegrino il nipote del figlio e ricordò che il padre di Rocco era stato fratello germano del signore di Angera. Alla sepoltura gli abitanti di Angera parteciparono commossi; e al pellegrino, ritenendolo già santo, innalzarono una grande Chiesa.

IL CULTO

Un antico filone della storia agiografica di San Rocco ne segnala la nascita al 1295 e la morte al 1327. Altri filoni più recenti, sulla base di  ragionamenti sui contenuti dei primi ACTA anonimi del XV secolo, segnalano date diverse.
La diffusione del culto di San Rocco  nella Cristianità ha seguito diversi schemi. Un primo schema di sviluppo spontaneo della devozione fu quello attuatosi subito dopo la morte del Santo nei paesi  dell'Italia settentrionale e della Francia meridionale che furono testimoni  del  suo passaggio e del suo impegno a favore degli appestati.
La peste in Europa infierì per circa un decennio a partire dal 1347, epoca dell'inizio della 'guerra dei 100 anni' tra Francia ed Inghilterra.
In quel contesto storico sembra che il giovane Rocco abbia svolto la sua attività di pellegrino e di taumaturgo in Italia.
Montpellier, la città natale, Angera, la città della morte, Piacenza, Cesena, Acquapendente ed altre città subito onorarono il Santo con cappelle, luoghi ed organizzazioni devozionali. Venezia riuscì ad avere la maggiore reliquia del Santo nel 1485, e l'antica Confraternita della SCUOLA GRANDE DI S.ROCCO divenne il principale faro del culto rocchiano in Italia e nel mondo.
Lo schema più probabile della diffusione del culto del Santo appare comunque quello realizzatosi a partire dal Concilio di Costanza (1414). Con questo schema, nel verificarsi  delle  epidemie, si ricorreva alla efficace protezione di San Sebastiano e di San Rocco, il quale, da quel tempo, incominciò ad essere invocato e presente con il suo patrocinio nei vari luoghi d'Europa.
I Francescani, come d’altra parte i Minimi i Trinitari e i Domenicani, ebbero un culto privilegiato per San Rocco appartenente al Terz’Ordine favorito da pontefici francescani che ne consentirono la vasta diffusione e celebrazione che fu poi sancita ne 1594 da Gregorio XIII con la canonizzazione e l’stituzione della Festa al 16 Agosto.
 Ad Aversa la costituzione di una Confraternita intitolata al Santo e la costruzione di una chiesa a lui dedicata vengono fatte risalire dagli storici locali al tempo della peste del 1526. Per questa città, comunque, e per qualche altra dell'entroterra napoletano, come Frattamaggiore, la nascita del culto rocchiano, su base documentata, sembra risalire ad un periodo precedente, al 1493; epoca di una epidemia pestilenziale a Napoli. In quell'epoca la Corte aragonese la Vicaria e la Sommaria si trasferirono ad Aversa, a Frattamaggiore e a Nola; ed il ricorso al  Santo  protettore in questi luoghi fu quasi naturale.
 Un ulteriore schema molto probabile di diffusione del culto  di San Rocco è quello legato ai luoghi del suo personale pellegrinaggio e ai luoghi del pellegrinaggio cristiano in generale. Tutte le vie del pellegrinaggio antico, la Tratta Francigena, la via di Santiago e la via di Roma sono, infatti, piene  del segno di S.Rocco.


In questo ultimo tipo di diffusione devozionale si riscontrano significati molto vicini alle istanze contemporanee della ricerca di Dio; e a quelle della moderna gioventù itinerante e proiettata nell'assoluto religioso.
Il patrocinio del Santo appare ancora oggi proponibile e rispondente alle tematiche morali e sanitarie legate ai pericoli delle contaminazioni e delle malattie contagiose che affliggono l'umanità.

In questi sensi San Rocco è ancora un santo attuale e giovane, anche se legato alla più inveterata tradizione devozionale e taumaturgica. A questo proposito leggiamo ancora l’esortazione di Mons. Capasso dalla fonte del 1924 :

Imparino i fanciulli e i giovani da S. Rocco, come debbono passare i più belli anni della loro vita. Si suol dire che la gioventù deve divertirsi; e così si consuma l’età più preziosa in passatempi e vizi, ruinandosi l’anima e il corpo. S. Rocco, invece tutto intento allo studio e alle opere di religione, c’insegna che dobbiamo consacrare a Dio le primizie dei nostri anni, dobbiamo in questo tempo, acquistare le abitudini del lavoro e delle virtù cristiane, perché come dice lo Spirito Santo “il giovanetto, dopo che ha acquistato le sue abitudini, anche se si fa vecchio, non le smetterà più” (Prov XXII, 6).

Fonti iconografiche: Fototeca della Parrocchia San Rocco in Frattamaggiore
                                 Polittico di San Rocco di A. Gandino - ca. 1590

lunedì 23 luglio 2018

La fonte di San Bernardino


Arida era stata la rupe fino a quando la sorgente sgorgò con la preghiera di Bernardino”.

E’ il senso della lapide che si legge sul luogo della fonte sgorgata, per i voti e le preghiere di frate Bernardino da Siena, dalla rupe che sovrasta il giardino del Convento di San Francesco a Maiori, antica cittadina della costiera amalfitana, patrimonio dell’Unesco. 
Il luogo situato all’angolo della costa, percorsa dalla strada che porta alla cittadina di Minori, è caratteristico anche per la elevata presenza del sontuoso castello marchesale; e sembra evocare il luogo di un racconto antico.

La sua praticità lo condusse diritto a San Francesco: anche senza la visione ch'ebbe, se pure non è aggiunta leggendaria. La raccoglie a ogni modo un suo antico biografo, raccontando il sogno: gli pareva d'essere vicino ad una fonte fuor di città, non lontana dal convento dei francescani; vedere un palazzo molto bello e grande, con molte finestre, e dentro a questo un fuoco acceso che accendeva internamente tutto il palazzo, e la fiamma usciva per tutte le finestre, tranne che per una: se ne vedeva l' interno della camera, questa camera e questa finestra erano le sole di tutto l'edificio che rimanessero immuni. Ed ecco per questa finestra vede un uomo: quest'uomo ha l'abito di San Francesco...” (in: M. Buontempelli, San Bernardino da Siena – collana Profili, Genova 1914; p. 68).
E’ la descrizione fatta dal noto scrittore della visione ispirativa della vocazione francescana vissuta del giovane frate Bernardino all’inizio del ‘400.

Sano di Pietro, Bernardino da Siena
metà del XV sec.
Fra Bernardino, che era nato l’8 settembre del 1380 a Massa Marittima da Nera e da Tollo degli Albizzeschi governatore senese di quella città e che, rimasto orfano di ambedue i genitori, era stato affidato alle cure delle zie in Siena, decisamente iniziò il cammino religioso preparandosi nello Studio della città ed entrando a 22 anni nella Obbedienza francescana. Portava con se l’esperienza di un forte impegno nella solidarietà cittadina maturata insieme con un folto gruppo di Disciplinati assistendo i malati colpiti dalla peste che era infierita all’inizio del ‘400. Fece il suo noviziato al Convento del Colombaio all’Amiata, in un luogo dove si vivevano la spiritualità delle origini francescane e gli orientamenti dell’Osservanza che in quel tempo voleva rinnovare la vita religiosa nei Conventi.

Bernardino, ordinato sacerdote nel 1405, si affermò come frate predicatore ricco di dottrina e di comunicativa popolare e, partendo da Siena dove lasciò il segno indelebile della sua predicazione nella Piazza del Campo, fu chiamato a predicare sui pulpiti delle principali città della Toscana e dell’Italia centro-settentrionale. Le sue prediche, molte raccolte e sintetizzate in volgare dai suoi uditori, ed altre da lui direttamente tradotte in latino teologicamente annotate, rappresentano un patrimonio della letteratura religiosa italiana del XV secolo.

Sano di Pietro, Predica nella piazza di Siena, metà XV sec.

Prato, Trigramma di Cristo  
appartenuto a San Bernardino
Nei 40 anni della sua predicazione itinerante vi fu una fioritura di conventi francescani aderenti e sorti nella spiritualità dell’Osservanza. Bernardino si pose con la sua opera nella scia dei grandi Santi Francescani che lo avevano preceduto nei secoli precedenti (Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, Bonaventura da Bagnoregio) ed ebbe discepoli altri grandi santi del francescanesimo del ‘400 (Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca).

Il riferimento mistico e teologico della sua predicazione fu la pratica della devozione al Santo Nome di Gesù, ispirata alla Sacra Scrittura, ai Padri, a San Bernardo e alla tradizionale riflessione francescana (Francesco, Bonaventura). Esile di corporatura viaggiava a dorso di un asino per tutte le contrade d’Italia, e ad ogni assemblea che si riuniva per la sua predicazione innalzava il vessillo del trigramma del Santo Nome di Gesù (IHS). Con quel segno esortava le folle alla fede, alla pace, alla solidarietà e alla carità.

Nella sua lunga esperienza di francescano e di annuncio della Parola del Signore, Bernardino visse momenti importanti che lo resero un punto di riferimento nell’Ordine e nella Chiesa del suo tempo. 

Fu Commissario della Custodia Francescana di Terra Santa e Guardiano del Convento di Betlemme; con l’aiuto dei suoi discepoli superò favorevolmente in Vaticano, al tempo di papa Martino V, un tentativo di processo per eresia a causa dell’uso del vessillo del Nome di Gesù; fu proposto dal Santo Padre per tre volte alla carica episcopale (Siena nel 1427, Ferrara nel 1431 e Urbino nel 1435) alla quale egli sempre rinunciò, ma non potè esimersi dall’obbedienza di rappresentare come Vicario Generale l’Osservanza Francescana (1437) e tutti i Francescani d’Italia (1438). 


In questa veste fu in giro per l’Italia e per il Regno di Napoli ove favorì il sorgere ed il consolidarsi di nuovi conventi francescani. Il suo ultimo cammino fu per l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo verso l’Aquila, dove si recava per pacificare le fazioni in lotta e dove santamente morì il 20 Maggio del 1444. Per la sua grande fama di santità fu canonizzato 6 anni dopo la sua morte da Nicolò V nel 1450. 

L'Aquila, basilica di San Bernardino
Tutti i luoghi e le città d’Italia che hanno visto il suo passaggio hanno a lui dedicato chiese ed oratori, soprattutto Siena, sua città d’origine, e l’Aquila ove gli fu eretto una Basilica Santuario a custodia della sua reliquia.


Roccamonfina, Eremitaggio di San Bernardino e Fonte 
Alcuni luoghi francescani in Campania nella loro leggenda d’origine fanno riferimento alla fondazione o al passaggio di San Bernardino da Siena evidenziandone l’opera instauratrice dell’Osservanza e l’intervento miracoloso. Tra questi Il Convento della Madonna dei Lattani a Roccamonfina, il Convento di San Francesco ad Altavilla Silentina ed il Convento di San Francesco a Maiori in Costa d’Amalfi. I dati cronologici legati alla loro fondazione sono coerenti con il tempo del vicariato generale francescano di San Bernardino, visitatore in compagnia con Giovanni da Capestrano e con San Giacomo della Marca dei Conventi nel Regno di Napoli (1437-1444). La loro collocazione territoriale appare conforme alla mistica visione vocazionale del santo, narrata dagli antichi biografi, del convento quasi eremo francescano vicino ad una fonte fuori città.
Altavilla Silentina, Convento S. Francesco
La tradizione attribuisce la fondazione dell’eremitaggio francescano di Roccamonfina direttamente a San Bernardino ivi recatosi con San Giacomo della Marca in pellegrinaggio sul luogo ove era stata ritrovata una statua in pietra basaltica della Madonna ed edificato un tempietto (1430) in suo onore, accanto ad una fonte miracolosamente sgorgata dalla roccia. Nel 1446 papa Eugenio IV affidò definitivamente il luogo ad una comunità di frati francescani che ivi sono ancora oggi presenti.

Ad Altavilla Silentina il Convento e la Chiesa di San Francesco sorsero tra il 1435 ed il 1444 (data scolpita sullo stipite marmoreo della porta del convento), nelle vicinanze di una sorgente detta di San Bernardino. Gli Annali Francescani riferiscono anche questa fondazione al periodo del pontificato di papa Eugenio IV.

Maiori, Chiesa e Convento di San Francesco
Il riferimento a San Bernardino da Siena per il Convento e la Chiesa di San Francesco d’Assisi in Maiori (Sa) è interessante per l’arte e la religiosità in Costa d’Amalfi. La storiografia locale, antica e moderna, ha dedicato pagine importanti a questo riferimento riconoscendogli un valore particolare.



Sicuramente è significativa la presenza tra le opere d’arte della Chiesa di Maiori di un tavola di Giovanni Gaeta raffigurante San Bernardino da Siena con Sant’Antonio da Padova datata al decennio dopo la morte del Santo (1450 – 1460).

G.Gaeta, Sant'Antonio e San Bernardino  (ca. 1460)

E sicuramente è significativa la funzione antropologica e religiosa della fonte ancora esistente nel giardino del Convento, che secondo la tradizione San Bernardino fece miracolosamente sgorgare dalla roccia per il ristoro dei pescatori e del popolo maiorese.

Maiori, Convento di San Francesco, Fonte di San Bernardino

La fonte teologica e la preghiera di San Bernardino

Siena, Palazzo Pubblico, Affresco
di San Bernardino - 1463
Il nome di Gesù è splendore degli evangelizzanti

"Il Nome di Gesù è splendore degli evangelizzanti, ossia dei predicatori, per il fatto che egli fa annunziare e udire, con irradiante fulgore, la sua parola. Chi ha mai portato per tutta la terra questa luce celestiale, sì grande e sì repentina della Fede, se non il Nome di Gesù predicato? E non è, forse, con lo splendore e con la dolcezza di questo Nome che Iddio ci ha chiamato all'ammirabile luce sua? Non è a noi, in tal modo illuminati, che nel lume suo vediamo la luce, non è a noi, dico, che l'apostolo Paolo giustamente ripete: Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore e come figli della luce dovete vivere?
Ma perché questo Nome si possa manifestare in tutto il suo splendore, è necessario predicarlo; e deve essere annunziato da labbra pure ed erompere da un cuore santo ed eletto, com'era quello dell'apostolo Paolo, di cui disse il Signore: Egli è un vaso eletto da me a portare il Nome mio davanti alle genti e ai re e ai figliuoli d'Israele. Vaso eletto, dice, ove è contenuto un soavissimo liquore, e lo si vede, sì che induce ad acquistarlo e a berlo col suo colore e splendore affascinante: a portare, aggiunge, il mio Nome .
Poiché come col fuoco si purga il terreno dalle spine e dai rovi, e si rende fertile; e come al sorger del sole i ladri e gli assassini corrono a nascondersi; così alla parola convincente, splendida e poderosa di Paolo veniva distrutta l'infedeltà pagana, la falsità spariva e, come un sole, risplendeva la verità, al modo di cera che si discioglie al calore di un fuoco caldissimo.
Né egli annunziava il Nome di Gesù soltanto con la parola, ma e con gli scritti, coi costumi, con gli esempi e coi miracoli: assiduamente lodava un tanto Nome, lo celebrava con rendimento di grazie, lo portava davanti alle genti, e ai re e ai figliuoli d'Israele; con i raggi sfolgoranti di quel mistico Sole illuminava le nazioni e ovunque elevava quel grido della lettera ai Romani: La notte è inoltrata e il giorno si avvicina; gettiamo via, dunque, l'opera delle tenebre, rivestiamo le armi della luce. Come in pieno giorno camminiamo onestamente. E mostrava a tutti la lucerna ardente e risplendente di sopra il candeliere, annunziando ovunque Gesù, e questi crocifisso.
Dimodoché la sposa di Cristo, la Chiesa, sorretta dalla testimonianza di lui, giubila col salmista, esclamando: O Dio, tu m'hai istruito fin dalla mia giovinezza, e fino ad ora ho proclamato le tue meraviglie, cioè sempre. E a ringraziarlo continuamente di ciò c'invita ancora il Profeta, col dirci: Cantate al Signore e benedite il suo Nome, annunziate ogni giorno la sua salvezza, cioè Gesù Salvatore.
Dai « Discorsi » di san Bernardino da Siena, sacerdote (Serm. 49 de nom. Iesu:; Opera omnia 4, 505-506)